Palazzo Geremia in Trento, giovedì 16 aprile 2026
Pianeta in prima pagina. Cronisti del clima
Comunicare l’ambiente (100 anni di Vita Trentina)
INTRODUZIONE
Bentrovati! Mi sento obiettivamente di fronte a volti per la gran parte assai familiari al punto da sembrarmi una sorta di rimpatriata. Ringrazio il direttore di Vita Trentina che me ne ha offerto l’opportunità. Saluto tutti: l’arcivescovo Lauro Tisi e naturalmente il sindaco di Trento, il presidente della Federazione Italiana dei Settimanali Cattolici (FISC), le autorità qui presenti e tutti gli amici che ho già richiamato. Visto che siamo in famiglia vorrei con voi rileggere questo straordinario documento che è la Laudato si’, ormai a quasi 11 anni dalla sua pubblicazione, ripartendo da quella che è stata un la convinzione di fondo di papa Francesco. L’idea da cui vorrei partire è che la Laudato si’ non è stato genericamente un manifesto verde, ma una chiamata all’azione. Perché se non comprendiamo che questa è stata l’intenzione che ha mosso papa Francesco, rischiamo di derubricare questo documento ad un testo che sa di accademia più che di vita vissuta. Questo è il punto di vista che dobbiamo privilegiare di fronte al tema ambientale, che obiettivamente rispetto a 11 anni fa ha perso di peso specifico, perché all’epoca eravamo intorno alla COP di Parigi e noi siamo reduci dalla COP30 di Belem, che è stata un mezzo disastro. Tuttavia, questa differenza che ci porterebbe a ritenere, come giustamente ha detto l’arcivescovo Lauro, che l’ecologia non è più “in prima pagina”, non deve lasciarci sorpresi, perché questo è quello che accade quando si interpreta il tema dell’ambiente come se fosse un aspetto della realtà. Ma l’idea geniale della Laudato si’ è che “tutto è connesso” (LS 16). Da questo punto di vista, forse in prima pagina in questo momento ci sono le guerre, ma le guerre per quale ragione si fanno? Se non per ragioni ultimamente legate alla ricerca, che so io, di terre rare o anche di particolari minerali che ci riconducono al punto di partenza, cioè al nostro rapporto con la terra, perché tutto è profondamente interconnesso.
Ciò premesso, dovendo parlare di comunicazione dell’ecologia integrale, dò per scontato che non si tratta di assumere una postura da greenwashing, ecologia di facciata, dove la parola ambiente viene citata qua e là, come in talune comunicazioni pubblicitarie, per gettare un po’ di polverina sugli occhi. Per noi la terra e l’ecologia hanno a che fare con uno sguardo completo sulla realtà. Su questi temi dell’ecologia la comunicazione ha da essere anzitutto autentica, documentata. Qui abbiamo il direttore del Muse che ci darà sicuramente una mano. Non ha da essere soltanto una comunicazione trasparente con dati certificati, perché sappiamo bene che anche su questo tema dell’ambiente si contrappongono due narrazioni che potremmo idealmente ricollegare ad una comunicazione per certi aspetti “negazionista”, per cui ancora oggi, di fronte all’evidenza, insiste nel ritenere che si tratti di un falso allarme. Dall’altra, molte volte, esiste una comunicazione di segno opposto che potremmo definire “terrorista”. La quale non riesce, in realtà, a svegliare le coscienze e soprattutto non riesce a riscaldare i cuori. Perché quando si parla della terra, dell’ambiente, cioè della vita, occorre saper toccare le corde giuste. Per intenderci, una comunicazione della serie “Pubblicità e Progresso” non è sufficientemente capace di motivare. Dobbiamo ripartire da convinzioni più profonde che, a mio parere, costituiscono lo sfondo ultimo della riflessione di papa Francesco, per il quale oggi c’è bisogno non di più tecnologia, ma c’è bisogno di più contemplazione.
Questo è il primo dato della Laudato si’, che risveglia alla realtà, perché si rischia di perdere il contatto con la realtà per via di uno sguardo settario, discriminante, che non guarda alla realtà per quella che è, ma ad esempio semplicemente per quello che dalla realtà si può ricavare in termini di profitto e di risorsa economica.
Papa Francesco, peraltro, offre una sorta di prospettiva che non punta tanto ad una semplice “transizione”, ma addirittura ad una vera e propria “conversione”. Badate, questa parola conversione, che ha evidentemente un sapore squisitamente religioso (metànoia), dice molto di più che la transizione, che si riduce ad un processo di riallineamento, per contenere i problemi. Conversione significa invece che dobbiamo proprio cambiare approccio. Dobbiamo operare una sorta di cambio di prospettiva, perché diversamente non ne veniamo fuori. A tal proposito, papa Francesco nella sua riflessione enuclea tre grandi temi sui quali maturare una nuova consapevolezza, grazie ai quali entrare con uno sguardo diverso dentro il tema dell’ecologia.
A partire da queste suggestioni, propongo un breve percorso che sottolinea tre passaggi dell’enciclica, tre sottolineature dentro questa interconnessione universale, che vogliono essere altrettante linee per un cammino educativo e comunicativo che non dobbiamo mai stancarci di intraprendere, sostenendoci a vicenda.
- IL DENTRO E IL FUORI
Nell’essere espressione della Misericordia di Dio e della sua tenerezza verso di noi “l’universo non è sorto come risultato di un’onnipotenza arbitraria, di una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. La creazione appartiene all’ordine dell’amore” (LS 77). Dunque “suolo, acqua, montagne, tutto è carezza di Dio” (LS 84). Papa Francesco passa dal piano della creazione a quello personale, perché tutto è connesso: il creato è luogo di un rapporto personale con Dio e fa anche da cornice e supporto alle nostre memorie più intime, sulle quali si regge la nostra identità: “Chi è cresciuto tra i monti, o chi da bambino sedeva accanto al ruscello per bere, o chi giocava in una piazza del suo quartiere, quando ritorna in quei luoghi si sente chiamato a recuperare la propria identità” (ibidem).
La creazione non è materiale ‘là fuori’ a nostra disposizione, ma dialoga profondamente con la nostra interiorità. Non è il setting delle nostre performances, ma l’interlocutore di un dialogo che ci muove, ci fa pensare, ci aiuta a capire chi siamo (come sempre accade in ogni comunicazione autentica). Esteriorità e interiorità in dialogo costante. La vera contemplazione non è mai passiva ma è principio di interrogazione, stimolo all’interiorità, risveglio dello spirito che fa respirare tutte le dimensioni del nostro essere: corpo, cuore, mente. Invito a una circolarità tra esteriorità e interiorità senza la quale perdiamo profondità, capacità di pensiero, libertà. È il movimento che fa scrivere a Leopardi, davanti a un cielo stellato:
“E quando miro in cielo arder le stelle;
Dico fra me pensando:
A che tante facelle?
Che fa l’aria infinita, e quel profondo
Infinito Seren? Che vuol dir questa
Solitudine immensa? Ed io che sono?”.
O cha fa riconoscere a Kant, nella celebre conclusione della Critica della ragion pratica:
“Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me”.
Il Vangelo è scritto anche negli alberi, nei ruscelli, nelle stelle. Ricordarcene ogni giorno farebbe tanto bene alla natura e a noi stessi.
- LA PIENEZZA E IL LIMITE
In Evangelii Gaudium 222 papa Francesco afferma che “vi è una tensione bipolare tra la pienezza e il limite”. Ciò che la logica e la razionalità vorrebbero contrapporre, forma una unità dinamica che è vera mediatrice tra la pienezza e il limite. Dobbiamo giocarci una pienezza nel limite. Non far finta di non avere limiti. Non dobbiamo chiederci qual è l’ideale, il dover essere cui tendere, ma qual è il passo possibile verso la pienezza che il mio stesso limite mi indica come orizzonte. Il limite non va cancellato per soddisfare la volontà di potenza, ma riconosciuto e oltrepassato per ascoltare il desiderio di pienezza. Non è sempre facile distinguere tra queste due spinte: per questo il discernimento, individuale e comunitario, è così importante. Alla natura si comanda solo ubbidendole, diceva Francesco Bacone: è la natura stessa che ci educa all’ascolto e al senso del limite. La natura è madre e maestra, ci nutre e ci educa. “Troverai di più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le pietre ti insegneranno ciò che non si può imparare da maestri” diceva san Bernardo. Dimenticando di ascoltare e rispettare la natura, che pone limiti al nostro manipolare, oggi abbiamo perso il saper fare della concretezza, che è materia resa viva dallo spirito. Abbiamo disimparato a usare le mani per la pace, per edificare, per nutrire e prendersi cura. Non sappiamo più accarezzare perché non sappiano potare una pianta, ripulire il letto di un fiume, soccorrere un animale ferito, accarezzare senza violare. La nostra mano è divenuta rapace o respingente, perché tutto è connesso. Una mano che si sporge fuori per arraffare e tornare sempre a noi stessi, e non sa più tendersi verso l’altro e l’oltre, è alla fine una mano infelice. Ciò che va riscoperto è una reale reciprocità: lasciarsi interpellare realmente, entrare in un legame di interdipendenza, di responsabilità, di cura. “Ciò implica una relazione di reciprocità responsabile tra essere umano e natura” (LS 67). Questo significa riconoscere un’articolazione, un rimando costante tra ciò che è piccolo e ciò che è grande, tra il visibile e l’invisibile, tra il finito e l’infinito.
Non dobbiamo temere allora che i gesti piccoli siano insignificanti, perché i frutti eccedono sempre la logica della progressione geometrica e del calcolo: pensiamo al granello di senape “che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi”, ma che poi cresce così tanto che “gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra” (Mc 4,31-32). La proposta di un nuovo stile di vita conseguente è contraddistinta da una sobrietà non deprimente: non la decrescita, ma la pienezza.
- L’INDIVIDUALE E IL SOCIALE
Se tutto è connesso, noi siamo relazione prima che individui. E se questo è vero, la qualità della nostra vita e della nostra convivenza dipende dalla qualità delle relazioni. Papa Francesco ci ricorda che anche il mondo che abitiamo è fatto di relazioni, connessioni, dialoghi e che la salute della terra dipende dalla sostenibilità e fecondità di questi rapporti. C’è Misericordia quando faccio capire al fratello che io e Dio non possiamo vivere senza di lui. Da qui capiamo come sia impossibile una risposta individuale o procedurale-astratta alle drammatiche sfide che il nostro tempo ci pone. “«Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni». La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria” (LS 219). Novità di questo messaggio papale è l’aver saputo coniugare il tema della giustizia sociale con il tema dell’ecologia, finora trattati in modo separato. Siamo stati creati per amare (cfr LS 58). Solo questa consapevolezza resa vita vissuta può contrastare la disumanizzante cultura dello scarto, che colpisce tanto le persone quanto le cose (cfr LS 22). Perché ecologia umana ed ecologia ambientale, cura della natura e cura dei fratelli e delle sorelle fragili camminano insieme (cfr LS 64). Questa conversione di approccio operata da Francesco mostra come la cura dell’umanità che abbisogna di liberazione dall’oppressione, dall’ingiustizia, dalla violenza interseca sempre il rispetto della terra, del lavoro dell’uomo e della sua “cultura”, della salvaguardia del creato. E pazienza se tutto questo può infastidire coloro per i quali, come dice papa Francesco, “la vita umana pesa meno di petrolio e armi”. Il legame sociale non è solo orizzontale con i nostri contemporanei, ma anche verticale tra le generazioni. C’è un proverbio degli indiani d’America che dice: “Noi non ereditiamo la terra dai nostri antenati, la prendiamo in prestito dai nostri figli”. Esiste e va riscoperta una connessione nel tempo oltre che nello spazio, che si trasforma in un richiamo in più alla responsabilità e alla cura.
CONCLUSIONE
La conversione ecologica trova – e sto avviandomi a conclusione – la possibilità di diventare concreta, di “toccare terra”, laddove ci sono persone che fanno delle scelte in direzione autentica. Ed è questa la ragione ultima che mi ha spinto con Carlin Petrini a dar vita alle comunità “Laudato si’”. Si tratta, badate bene, di un fenomeno di nicchia. In Italia se ne contano una novantina e tuttavia sono una provocazione. Penso che la comunicazione, che augurerei ai cronisti che vogliono mettere in prima pagina l’ambiente, dovrebbe essere capace di dar voce a queste realtà, di far conoscere queste esperienze che aiutano a superare una certa retorica dell’ecologismo. E fanno entrare dentro “scelte” e “stili di vita” veramente sostenibili. Vorrei far riferimento, in chiusura, a tre esperienze diverse che dicono la creatività di questi gruppi che prendono ispirazione da una nota dichiarazione di intenti per cui “si pensa globalmente e si agisce localmente”.
Mi viene in mente la comunità di Gela, sì, proprio di fronte a Niscemi. A Gela, la comunità “Laudato si’” si è inventata un grande esempio di “orti sociali” che hanno recuperato un vasto spazio abbandonato e lo hanno in qualche modo condiviso tra tutte le persone che volevano esserne parte. Alcuni l’hanno preso proprio in custodia e l’hanno coltivato personalmente, chi sapeva fare la cosa, e altri invece se la son fatta fare da altri più competenti.
Un’altra comunità molto interessante sta a Milano e assume le sembianze quasi di un kibbutz. Si tratta di giovani famiglie con figli al seguito che vivono all’interno di una grande casa che ha davanti a sé, alle porte di Milano, uno spazio verde che diventa occasione di lavoro agricolo. E le famiglie in questione fanno vita in comune e riescono anche a condividere i processi educativi.
Una terza esperienza a cui vorrei fare riferimento è nel centro Italia. A Castel Gandolfo la locale comunità “Laudato si’”, una volta all’anno organizza una marcia silenziosa per l’ambiente. Quando hanno iniziato, alcuni anni fa, erano qualche decina di persone. Nell’ultima edizione erano più di 500 persone che si sono mobilitate. E accanto a questo fanno altre iniziative volte a creare, intorno alla questione ambientale, un’attenzione crescente, in controtendenza rispetto alla sensibilità più diffusa.
Tradurre la Laudato si’ è legato alla vita concreta delle persone. Vedere che ci sono migliaia di persone che hanno raccolto l’invito a far qualcosa di concreto, a passare dall’essere semplicemente sensibili al diventarne protagonisti è inverare la Laudato si’. Non siamo, infatti, di fronte ad un documento, ma ad una scossa che mette insieme ambiente e società, mette insieme società ed economia, mette insieme ambiente, società, economia e cultura, perché “tutto è connesso”. Siamo di fronte ad un processo che non è mai semplicemente economico, ma è anche più profondamente culturale e, in un certo senso, addirittura spirituale. Dietro la crisi ecologica, infatti, c’è una crisi spirituale: c’è la crisi dell’uomo che ha perso il contatto con il mondo ed è stato travolto dal disincanto per il mondo. Per questo siamo molto grati a papa Francesco, ormai quasi ad un anno dalla sua morte. Come cronisti abbiamo tutti il compito di dar seguito al suo appello, visto che si tratta di una chiamata in causa e non di una semplice analisi.
