Lunedì dell’Angelo 2026 (III centenario reliquie Sangue di Cristo in Valpolicella)
(At 2,14.22b-33; Sal 16; Mt 28,8-15)
Sant’Ambrogio di Valpolicella, lunedì 6 aprile 2026
“Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli”. La mattina di Pasqua è segnata da una fretta e da una corsa a perdifiato. Le donne corrono, ma anche i discepoli si mettono in movimento. Ma pare di capire non è solo velocità. È questione di rapidità. C’è differenza tra velocità e rapidità? Sì, eccome: la velocità è del treno, la rapidità è dell’uomo. Velocità descrive un movimento lineare, misurabile, spesso controllabile e prevedibile come un treno, appunto, che corre sui binari. È legata all’efficienza e alla logica della prestazione, cioè legata al rapporto tra spazio e tempo. “Rapidus” è invece non ciò che corre, ma ciò che “rapisce”, trascina, travolge. La rapidità è qualitativa, legata all’intuizione, alla capacità di cogliere il momento e di orientarsi nei cambiamenti. Il nostro rischio oggi è quello di reagire alla velocità con altra velocità in un inutile tentativo di fermare un cambiamento inarrestabile. Essere rapidi, invece, significa valorizzare le inquietudini, interpretare i segni dei tempi, essere capaci di stupore e di creatività, in sintonia con la natura inafferrabile del tempo. La velocità è circoscritta alla fisica. La rapidità va oltre la ragione e tocca il cuore.
“Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno»”. A differenza dell’angelo che invita le donne ad andare dai discepoli, qui il Risorto fa riferimento ai fratelli in quanto tali e indica un luogo preciso: la Galilea. Non si tratta solo di un riferimento fisico, ma simbolico. La Galilea è il luogo del primo incontro con i suoi: dove è stato conosciuto, ascoltato, toccato. Gli apostoli avevano lasciato tutto per seguire Gesù ed erano stati con lui lungo i tre anni successivi. Ora Gesù dà loro di nuovo appuntamento in Galilea, come a dire che la storia comincia di nuovo. Tre anni prima gli apostoli avevano incontrato presso il lago di Genesaret un Maestro sconosciuto e avevano confusamente intuito che era un inviato da Dio. Ora devono incontrarlo come Dio, come uomo vincitore sulla morte che li invierà in tutto il mondo nel nome di Dio.
“Dite così: i suoi discepoli sono venuti di notte e l’hanno rubato, mentre noi dormivamo”. La diceria si diffonde, ma non cessa di essere patetica oltre che controproducente. Già Tertulliano polemicamente sosteneva: “delle due l’una: o dormivate e allora come potete affermare che è stato trafugato oppure eravate svegli e allora perché ve lo siete fatto sfilare davanti ai vostri occhi?”. La spiegazione oggi più ricorrente circa la vita dopo la morte è “scomparire nella natura” (“metamorfosi”) oppure “sopravvivere nei discendenti” o lasciarsi affascinare dalla tecnologia che si chiama “Metaverso” per dire “oltre”, ma invano. Ad una attenta osservazione è molto più sensato optare per una ri-creazione. Questo e non altro significa: “Cristo è risorto”.
