Giovedì della XI settimana per annum (esequie di mons. Renzo Piccinato)
(Sir 48,1-14; Sal 97; Mt 6,7-15)
San Pietro di Legnago, giovedì 18 giugno 2026
“Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole… Voi dunque pregate così: Padre nostro…”. Gesù mette le mani avanti derubricando a vaniloquio chi nella preghiera “si” ascolta invece di ascoltare nel silenzio Lui che ci parla. La preghiera è tutt’altro che una forma di pressione per ottenere qualcosa, ma è un incontro da vivere. Ciò che conta è avvertire Dio come una forza avvolgente e tenera, come nella parola aramaica “Abbà”. È vero, anche le altre religioni chiamano Dio “padre” e in latino Iuppiter è la contrazione di Deus pater. Ma questa paternità è intesa solo in senso metaforico, un po’ come quando si dice di uno che è “padre della patria”. La fede cristiana è più profonda. Dio soltanto è Padre in senso stretto. Al punto che Gesù stesso dice: “E non chiamate ‘padre’ nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre [pater] vostro, quello celeste” (Mt 23,9). Parole nette, chiare, alle quali però raramente si è rimasti fedeli, perché già nella Chiesa antica si sono definiti “padri” quelli che hanno generato a Cristo nella fede fratelli e sorelle e sono stati chiamati maestri e guide quanti erano incaricati dell’insegnamento e del discernimento spirituale nella comunità cristiana. Anche don Renzo è stato così, ben consapevole di essere solo un segno che rimandava all’unico Padre.
“Venga il tuo regno”. Più che una richiesta, la seconda invocazione che sale a Dio dall’umanità è un modo per dire che senza Dio tutto è perduto. Il Regno da invocare, ancor prima che la Chiesa da costruire, è la vera domanda che ci deve accompagnare quotidianamente. Il Regno non è l’aldilà, ma è già in mezzo a noi: è Gesù Cristo in persona, alla cui sequela i cristiani imparano a vivere! Il che significa rifuggire la logica della mediocrità perché tutti siamo chiamati a fare qualcosa senza far rumore, ma nella quotidianità. Ciò che sta al centro è quel che dice Gesù: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Mt 6,33). Così è stato per don Renzo anche quando era nella sua piccola stanza dove per anni ha atteso l’incontro con il Signore Gesù tra preghiera e studio.
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti”. Le ultime quattro domande del Padre nostro riguardano l’uomo che soffre per la mancata discesa di Dio che è ostacolata dal male. Pregare è avvertire la nostra miseria e indigenza prima che colpevolizzare e accusare gli altri. Significa imparare ad invocare più che a biasimare, ritrovando la nostra dimensione di figli e, dunque, di fratelli. La logica del fratello è diversa da quella del socio e rende corresponsabili più che complici. È questa comune ricerca del pane quotidiano ciò che svelenisce i rapporti, semplifica le tensioni, riconcilia gli animi. Alla fine, la preghiera ci libera dal male che è sempre in agguato e accovacciato alla nostra porta che è l’odio verso il nemico e il desiderio di eliminare l’altro. A forza di pregare si risveglia dentro di noi non solo Dio, ma anche il prossimo. Così è stato nell’essere e nel ministero don Renzo che oggi salutiamo.
