Il vento della Pentecoste – Veglia diocesana di Pentecoste

Veglia di Pentecoste 2026

San Bernardino, 23 maggio 2026

Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole”. Potrebbe sembrare una situazione idilliaca quella evocata dalla torre di Babele. Invece no: perché le persone parlano “con un labbro solo”. Anche oggi il potere dominante che è la tecnologia digitale tende ad uniformare e a controllare. A tal riguardo l’ormai imminente Enciclica di papa Leone Magnifica Humanitas offrirà di sicuro una lettura ispirata. Una cosa, infatti, è certa: Dio, con il suo Spirito, scompiglia sempre le carte. Non ama l’uniformità perché conosce bene da dove viene questo ordine apparente: dalla violenza del potere. Tutto il contrario del suo Spirito che permette la comprensione non “contro”, ma “attraverso” le differenze. Appena 8 giorni fa, a Isola della Scala, eravamo in tanti, con storie e sensibilità diverse. Nonostante le differenze, abbiamo cercato un linguaggio comune senza che nessuno imponesse il proprio codice agli altri. Questa è la prima cosa che fa lo Spirito: parlare lingue diverse. Una chiesa che ha una voce sola — che sa già prima di ascoltare, che decide prima di discernere — non è una chiesa piena di Spirito. È una torre di Babele!

Io effonderò il mio spirito/sopra ogni uomo/ e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie;/ i vostri anziani faranno sogni, / i vostri giovani avranno visioni”. Sì, i giovani vanno ascoltati prima che giudicati. Così come quanti hanno vissuto molto devono poter raccontare i loro sogni. L’Assemblea diocesana non è stata una forma di auto-analisi, ma una forma di discernimento comunitario per ritrovare la sorgente della vita cristiana. Tutti sanno, infatti, che l’avvenire di un fiume sta nella sua sorgente. Per questo abbiamo cercato di risalire alla forma originaria della chiesa che fa leva sulla fede e sull’affidamento oltre che sulla volontà di vita e sulla relazione. La fede diventa così “trovare forza nella propria debolezza” (Eb 11,34). Questa è la seconda cosa che fa lo Spirito: trasmettere la gioia del Vangelo di generazione in generazione. Una chiesa che non genera donne e uomini credenti e insieme credibili è sterile e si trasforma in una semplice organizzazione del tempo libero.

Vieni Spirito Santo, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore”. A Pentecoste lo Spirito entra come vento impetuoso che scompiglia, ma senza perdere i nomi di ciascuno, anzi riscattandoli ad uno ad uno. Nei giorni scorsi sui media locali si è parlato di “incubo sbandati”, o di “ubriachi davanti alla chiesa”. Nessun nome. Nessuna storia. Solo una categoria come una bolla di sapone che contiene al suo interno tutto quello che non vogliamo guardare da vicino. Quando la lingua perde i nomi propri, non sta solo semplificando: sta compiendo una violenza. Questa è la terza cosa che fa lo Spirito: chiamare ciascuno per nome. Una chiesa che non conosce ad uno ad uno le sue membra perde la sua ragion d’essere che è quella di raccogliere in unità conservando l’irriducibile differenza di ciascuno. Niente e nessuno può impedirci di diventare una comunità che si rinsalda nella Pasqua. Andiamo, dunque, con questo fuoco addosso, verso chi aspetta solo di essere chiamato per nome.

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