Martedì 7 aprile

Gli operatori di pace poeti disarmati e disarmanti

L'Osservatore Romano

Gli operatori di pace poeti disarmati e disarmanti in L’Osservatore Romano di martedì 7 aprile 2026 pagg. 1/5

In un’epoca in cui la guerra viene invocata come fatalità inevitabile, come unica risposta possibile alle tensioni geopolitiche, riscoprire il senso profondo della parola “pace” diventa un atto rivoluzionario. L’etimologia ci riporta al sanscrito pac: fissare, legare, comporre. La pace è, innanzitutto, un legame, una composizione reciproca, un accordo che tiene insieme ciò che altrimenti si sfalderebbe. Il paradosso del nostro tempo dove tutto si disgrega (le comunità, i dialoghi, il senso) è illudersi che le armi possano ricomporre ciò che abbiamo frantumato. Come se la violenza potesse tessere legami invece di reciderli. Forse per questo Papa Leone, dal primo momento del suo pontificato, ha lanciato una sfida radicale: la pace deve essere «disarmata e disarmante». Non basta deporre le armi materiali. Prima di tutto dobbiamo disarmare noi stessi. La pace bisogna prima di tutto accoglierla. “Beati gli operatori di pace” (Mt 5, 9). Il termine greco eirenopoiòi è straordinariamente eloquente, dato che il verbo poiein rimanda anche alla poesia. Gli operatori di pace sono “poeti sociali”, artisti del tessuto umano che ricompongono ciò che l’odio lacera, mostrando che tutto è connesso. In un mondo che celebra la guerra come realismo e deride la pace come debolezza, forse è tempo di riconoscere che i veri realisti sono proprio questi poeti disarmati. Sono loro che, rifiutando la logica dello scontro inevitabile, continuano a intrecciare fili di dialogo dove altri vedono solo nodi da tagliare con la spada.

Come si può facilmente intuire siamo agli antipodi di alcune tradizioni del fondamentalismo cristiano statunitense – ma il fenomeno non è estraneo all’Europa – dove si tira Dio dalla propria parte, lo si prega per vincere una guerra, si chiede la benedizione divina sull’eliminazione del nemico, si invoca la crociata. A dire il vero, il Cristo che viene usato non trova riscontro nei Vangeli: è un Cristo armato, identitario, escludente. Questo Cristo non nasce dal Sermone della Montagna, ma dai laboratori del risentimento culturale, dell’egoismo, del privilegio, della violenza, il rovesciamento delle Beatitudini. Papa Leone proprio in questi giorni di Pasqua ha messo ripetutamente in guardia da tutto questo: mai Dio può essere messo in mezzo per benedire la guerra e la violenza. Non si tratta di una posizione diplomatica: è teologicamente necessaria. La Pasqua, infatti, ci dice che nella sospensione del tempo, tra la notte e il giorno, tra la guerra e la pace, tra l’odio e l’amore, non siamo del tutto impotenti. Possiamo favorire questo passaggio di luce, di pace e di giustizia vivendo già ora da risorti. Possiamo farlo con alcuni gesti di rottura benefica. Come, ad esempio: criticare apertamente e coraggiosamente ogni potere che vende e sacrifica le vite; come condividere il dolore altrui quasi riguardasse la nostra stessa esistenza; come dare retta ai sogni che vengono da un immaginario del mondo differente, nel nome della pace e della giustizia; come assumere le domande di speranza anche quando ci sembrano assurde.

Tra l’ingenuo pacifismo e il volgare militarismo c’è, dunque, una terza via che è quella degli “operatori di pace” e che consiste nel provare compassione. Altra cosa rispetto alla commiserazione! Consiste nel chiedersi, pensando alle immagini choccanti della TV: «Ciò che è avvenuto a lui, poteva accadere a me». È questa indisponibilità dell’essere umano che dobbiamo ritrovare. E che porta a chiedersi: «Perché mi viene fatto del male?». Questo il lamento, l’invocazione delle vittime della guerra, dei profughi, dei feriti, dei morti. Le religioni e le relative teologie raccolgono secoli di esperienza e di sapienza, e devono partecipare al dibattito pubblico così come la politica o la scienza. In buona sostanza, la Chiesa non relega la propria missione all’ambito del privato, perché, come si legge nella Fratelli tutti (n. 278): «con la potenza del Risorto, vuole partorire un mondo nuovo, dove tutti siano fratelli, dove ci sia posto per ogni scartato delle nostre società, dove risplendano la giustizia e la pace».

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