27 e 28 giugno

Credere vuol dire leggere la vita come un paradosso

Valgadizza e Rosegaferro

XIII domenica per annum 2026 (50.mo di d. V. Corsini e 70.mo di d. S. Cordioli)
(2 Re 4,8-11.14-16a; Sal 88; Rm 6,3-4.8-11; Mt 10,37-42)
Vangadizza, sabato 27 giugno 2026 e Rosegaferro, domenica 28 giugno 2026

Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me”. Presa alla lettera questa affermazione del Maestro suona pretenziosa e pure impossibile. Come è possibile minimizzare l’amore verso i propri genitori o, addirittura, quello verso figlie e figli? In realtà, l’accento di Gesù non sta tanto nel relativizzare gli affetti più sacri quanto nell’affermare uno spazio di libertà senza cui non esiste amore vero. A tal proposito, Gesù utilizza due detti.

Il primo è: “Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta”. Qui, a differenza della donna sunamita che ospita a casa Eliseo, non si tratta di accogliere il profeta, ma di accoglierne la parola. Non è facile perché il profeta, a differenza del venditore di sogni, è esigente. La sua è una parola che non tollera compromessi, esige scelte chiare e, qualche volta, perfino divisive. Credere vuol dire leggere la vita come un paradosso: “Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25). Questo non può che sconcertare. Però conduce alla vera libertà. Di fatto i sentimenti e le relazioni sono sempre insidiati dalla tendenza a compiacere l’altro, ad accontentarlo più che a stanarlo e a provocarlo. Non è forse così per tanti genitori che finiscono per dire solo sì pur di non avere grane? E non è così anche per chiunque educhi?

L’altro detto è: “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli (…) non perderà la sua ricompensa”. Qui si fa riferimento all’accoglienza spicciola, il cui termine ricorre per ben 6 volte. Ciò che conta non è tanto la misura, ma la qualità dell’accoglienza che è disponibilità verso l’altro e non ricerca di rapporti protetti. Oggi si tende a barattare la libertà per la sicurezza, ma così finiamo per essere divisi e contrapposti. Occorre invece essere aperti all’altro, alle questioni nuove, ai problemi concreti senza rifugiarsi nel privato. Ci è chiesto di uscire dalla nostra “comfort zone” cioè dai nostri abituali modi di vedere e di pensare, disinstallarsi per capire il punto di vista dell’altro.

La contrapposizione, allora, non è tanto tra amore umano e amore di Dio e neanche tra vita presente e vita futura. L’opposizione intorno al vero amore è tra educazione o seduzione e – ma ancor più profondamente – tra cercare sicurezza o ricercare libertà. Amare espone al rischio, crea situazioni di pericolo, non sopporta la calma piatta e presagisce momenti di conflitto. Come nell’esperienza di un prete che è chiamato ad una vita spericolata. Sì, la fede ci libera dal falso amore di sé che conduce alla sterilità e proietta verso un amore responsabile che non teme di perdersi per ritrovarsi. Di ‘vite spericolate’ in giro se ne vedono poche. Contrariamente alle apparenze, la vita di un prete è una vita spericolata perché la vita non è tesoro da rapire o da custodire, ma un dono da donare.

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