Pasqua 2026 (in die)
(At 10, 34.37-43; Col 3, 1-4; Gv,20, 1-9)
“Corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro”. Chi corre più veloce è Giovanni che è più giovane di Pietro. Ma, a ben guardare, più che veloce Giovanni è solo più rapido. C’è differenza tra velocità e rapidità? Sì, eccome: la velocità è del treno, la rapidità è dell’uomo. Velocità descrive un movimento lineare, misurabile, spesso controllabile e prevedibile come un treno, appunto, che corre sui binari. E’ legata all’efficienza e alla logica della prestazione, cioè legata al rapporto tra spazio e tempo. “Rapidus” è invece non ciò che corre, ma ciò che “rapisce”, trascina, travolge. La rapidità è qualitativa, legata all’intuizione, alla capacità di cogliere il momento e di orientarsi nei cambiamenti. Il nostro rischio oggi è quello di reagire alla velocità con altra velocità in un inutile tentativo di fermare un cambiamento inarrestabile. Essere rapidi, invece, significa valorizzare le inquietudini, interpretare i segni dei tempi, essere capaci di stupore e di creatività, in sintonia con la natura inafferrabile del tempo. La velocità è circoscritta alla fisica. La rapidità va oltre la ragione e tocca il cuore.
“Vide e credette”. Giovanni è rapido e non solo perché arriva per primo. Giovanni, infatti, capisce immediatamente che cosa è accaduto, constatando con uno sguardo furtivo il sepolcro vuoto. C’è chi ha parlato di “chiaroveggenza dell’amore” per dire che è stato rapido nel discernere la traccia, sia pure negativa, del Signore risorto. Credere è avere questo sguardo che sa decifrare i segni della resurrezione, sotto apparenza contraria, sa cogliere la vita dentro la morte e la morte dentro la vita. Per contro, aleggia in giro un “cinismo scientista” che ci ruba questo sguardo, affermando che la morte e basta sarebbe il nostro destino inesorabile. Tutt’al più, spingendosi ad ipotizzare una “metamorfosi”, per cui saremmo destinati a trasformarci in particelle nel cosmo. Ma Giovanni con la sua rapidità intuisce quel mattino di Pasqua ben “altro” e ben “oltre”. Per lui l’ordine silenzioso del sepolcro vuoto basta a fargli credere che la vita sta alla morte come l’infinito sta al finito. In questo senso il vuoto, l’assenza, il silenzio della resurrezione di Gesù Cristo lascia intendere un’altra dimensione in cui vivere per sempre. Vivere in Dio che è l’amore che mai abbandona, dall’inizio della nostra vita biologica alla sua fine. Dinanzi alla resurrezione di Cristo la vertigine che si prova e che ci rapisce non è paura di cadere, ma voglia di volare. Ed è del cristianesimo la perla più preziosa condensata in tre sole parole: “Gesù è risorto!”.
“Non avevano compreso che egli doveva risorgere dai morti”. Quest’ultima affermazione potrebbe disorientare. Ma come non comprendono ancora? E’ che resta sempre un ‘non ancora’: non basta essere rapidi e credere. C’è sempre la fatica di ogni giorno che richiede di prestare ascolto a quel che accade. Occorre imparare a sentire “il rumore dell’erba che cresce” per non perdere il filo e il senso. Pasqua allora è un cammino che si apre muovendosi rapidamente. Buona Pasqua!
Introduzione
Pasqua, come è noto, è una festa mobile, cioè non ha una data fissa. Infatti, la data cade nella domenica successiva alla prima luna piena dopo l’equinozio di primavera (21 marzo), quindi in un arco di tempo che può andare dal 22 marzo al 25 aprile. Quest’anno, dunque, oggi 5 aprile!
Finché il tempo era legato al cielo le meridiane servivano per decifrarlo. Poi nel XV secolo l’orologio meccanico ha svincolato il tempo dalle stelle. Oggi il senso del tempo dipende da lancette e telefoni. La Pasqua invece ci collega a corpi celesti i cui movimenti cosmici regolari scandiscono il tempo.
Ritrovare questa connessione tra terra e cielo è un primo passo per aprirsi alla novità sorprendente della Pasqua che rimanda ad un’altra dimensione che non sia soltanto questo tempo e questo spazio storici e allarga l’orizzonte del nostra cuore per aprirci alla vita che è sempre… al di là delle nostre più rosee aspettative.
