V domenica di Quaresima 2026 (Cresime)
(Ez 37,12-14; Sal 130; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45)
Buttapietra, Santa Maria Immacolata e San Giovanni Evangelista in Verona, domenica 22 marzo 2026
“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Marta nell’accogliere Gesù a Betania non nasconde un certo disappunto, forse per aver il Maestro indugiato due giorni prima di precipitarsi dall’amico malato. Dietro questo rimbrotto, peraltro condiviso con l’altra sorella Maria, c’è però dell’altro. Marta e Maria hanno maturato con Gesù un’amicizia profonda e intuito che in Lui si nasconde un mistero più grande. Gesù da parte sua, pur profondamente commosso alla vista del sepolcro dell’amico, incalza entrambe, dichiarando: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà”. Così afferma due cose: non basta credere all’immortalità in un lontano ed imprecisato futuro. Magari dissolvendosi nel mondo della natura. La vita è adesso! E ancora: la vita è un atto di fiducia e di abbandono dalla nascita, quando il cucciolo d’uomo abbandona il grembo della madre e viene alla luce. Credere alla fine vuol dire solo questo: tu non morirai!
Questa consapevolezza per cui non si nasce una volta sola, ma infinite volte, richiede ogni volta un estremo atto di abbandono nel Dio della vita. Occorre riconoscere che noi si cerca sempre una via di fuga per non affidarsi mai a nessuno fuorché a sé stessi. La morte ci costringe a un atto di totale e cieco affidamento. Il confronto allora non è tanto tra la vita e la morte, ma tra l’amore e la morte. Così fa Gesù quel giorno in cui restituendo vita a Lazzaro firma la sua condanna a morte. Mors mea vita tua! E così si realizza quanto scritto nel Cantico dei Cantici: “perché forte come la morte è l’amore, / tenace come il regno dei morti è la passione: / le sue vampe son vampe di fuoco, / una fiamma divina! / Le grandi acque non possono spegnere l’amore / né i fiumi travolgerlo” (Ct 8,6b-7a).
Vivere non è solo aggiungere anni alla vita, ma risvegliarci continuamente alla vita, vivendone ogni attimo il più intensamente possibile. Per questo il tempo non va sprecato e ogni frammento di esistenza è degno di essere vissuto come si può. E meglio che si può. Vivere intensamente e non lasciarsi andare, investire sui propri talenti e non seppellirli è l’invito che Gesù fa oggi con il dono del suo Spirito. Lo fa a voi oggi in modo particolare perché la sua energia vi trasformi e operi quasi una metamorfosi almeno in tre direzioni: la sicurezza, la fortezza, la contentezza. Noi preghiamo perché vorremmo diventiate ragazzi/e “sicuri”, “forti” e “contenti”. “Sicuri”, cioè consapevoli dei vostri pregi e dei vostri limiti perché chi si vede veramente sa tenere insieme luci ed ombre. “Forti”, che vuol dire non tanto spavaldi quanto capaci di allargare lo sguardo oltre il vostro naso e di percepire l’altro e gli altri. Infine, “contenti” cioè con uno sguardo che sa cogliere il fine e lo scopo dell’esistenza che è quello di crescere verso una pienezza che ha a che fare non tanto con il semplice dato materiale, ma con quello spirituale, non con la quantità, ma con la qualità. Non con la morte, ma con la vita!
