Lunedì 7 settembre

Va riscoperta una reale reciprocità

Santuario Madonna della Stra’ in Belfiore e Scuola dell’infanzia “Principe di Napoli” in Soave

Lunedì della XXIII domenica per annum
(1 Cor 5,1-8; Sal 5; Lc 6,6-11)
Santuario Madonna della Stra’ in Belfiore e Scuola dell’infanzia “Principe di Napoli” in Soave, lunedì 7 settembre 2026

“C’era un uomo che aveva la mano destra paralizzata”. Ci accorgiamo dell’importanza di avere due mani quando capita qualcosa che ci costringe a usarne una sola. Allora diventa più complicato lavarsi il viso, girare le pagine di un libro, suonare il pianoforte, abbracciare qualcuno, difendersi. L’evangelista Luca ci racconta di un uomo che conosce bene questo limite, perché ha la mano destra paralizzata. Abbiamo disimparato a usare le mani per la pace, per edificare, per nutrire e prendersi cura. Non sappiamo potare una pianta, ripulire il letto di un fiume, soccorrere un animale ferito, accarezzare senza violare. La nostra mano è divenuta rapace o respingente, perché tutto è connesso. Una mano che si sporge fuori per arraffare e tornare sempre a noi stessi e non sa più tendersi verso l’altro e l’oltre è alla fine una mano infelice. Quella che va riscoperta è una reale reciprocità: lasciarsi interpellare realmente, entrare in un legame di interdipendenza, di responsabilità, di cura.

“Gli scribi e i farisei lo osservavano per vedere se lo guariva in giorno di sabato, per trovare di che accusarlo”. Il miracolo accade però di sabato, con tutto ciò che questo significa per il mondo religioso ebraico. Si scatena inevitabilmente una forte tensione. Gesù non ci pensa un attimo: guarisce l’uomo dalla mano inaridita anche se è sabato, contravvenendo a una legge religiosa nata per custodire lo spazio di Dio e usata invece per restringere e sacrificare lo spazio delle sue creature. Nel racconto lucano la polemica è comunque preparata da tempo: i discepoli erano appena stati accusati di cogliere e di mangiare spighe di sabato, “sfregandole con le mani” (Lc 6,2). È un gesto che l’uomo non avrebbe potuto fare. Gesù, “signore del sabato”, sembra dunque abilitarlo a una trasgressione, dicendogli qualcosa di simile: non stare al margine della vita, abita al centro della tua storia, non lasciarti irretire da una legge che benedice le tue paralisi, che ti valorizza solo per quello che non fai e che, soprattutto, reagisce con rabbia e risentimento quando nasce una libertà.

Queste tentazioni ‘necrofile’ costruiscono quella “psicologia della tomba” di cui è ammantata la nostra società che appare più intenta al morire che al nascere. I ragazzi non vogliono adulti perfetti. Vogliono adulti veri, che si sbilanciano, che mostrano anche le proprie crepe. In concreto questo vuol dire alcune cose: la prima è testimoniare la vulnerabilità, riconoscendo i propri errori; la seconda è perdere tempo per la gratuità, cioè garantire una presenza al di là di quel che si fa; ancora, la terza è perdere tempo per la cultura che è l’unica cosa che aiuta a plasmare il nostro essere; la quarta è lasciarsi toccare dai disastri del mondo, non voltarsi dall’altra parte e infine la quinta è esprimere speranza: non come ottimismo di facciata, ma come postura. Dire che vale la pena scommettere sull’esistenza. Così può nascere una Chiesa che ha il coraggio di piantare alberi sapendo che non siederà mai alla loro ombra (la citazione è di Tagore).

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