Salone dei vescovi dell’Episcopio, giovedì 1° ottobre 2026
Inaugurazione della Domus Sancti Zenonis dopo i lavori di restauro
Il benvenuto iniziale
Chi entra in questo Salone dei Vescovi trova, sulle pareti, un porticato aperto sulla campagna veronese. Pilastri, e tra un pilastro e l’altro, un paesaggio che si apre fino all’orizzonte. È una sorta di inganno ben riuscito. Dietro quel passaggio c’è il muro. Domenico Brusasorzi (o Brusasorci?) lo dipinse nel 1566, per volontà del vescovo Agostino Valier: un’apertura immaginata, in una casa che alla città restava in gran parte chiusa. Oggi proviamo a fare davvero ciò che quel pittore poteva soltanto dipingere. Apriamo queste stanze alla città. Non per mostrarle: per abitarle insieme. Grazie a chi, in questi mesi, ha lavorato perché questa casa fosse più sicura e più bella. E grazie a voi, che avete varcato la soglia.
Alla fine della presentazione
Vorrei dire, a conclusione di questa mattinata, soltanto tre cose per sintetizzare il senso di questo luogo che è stato messo in sicurezza e restaurato in questo splendido Salone dei vescovi.
Una casa e non un museo
La prima cosa. Da più di mille anni questa casa non porta il nome del vescovo che la abita. Si chiama Domus Sancti Zenonis, casa di san Zeno, per riverenza verso il Vescovo santo che nel quarto secolo visse in questo luogo. Questa casa ha ospitato più di un Papa, un conclave, perfino l’incontro tra l’imperatore d’Occidente e quello d’Oriente. Da oggi vorrebbe poter accogliere chi passa per la strada. Aprire questa casa, oggi, ha anche una ragione che riguarda la città. In particolare, riguardo alla città storica che rischia di essere una città bella da visitare, ma sempre più difficile da abitare. Abitare è un verbo che dice più di quanto sembri. Viene dal latino habitare, dietro cui c’è habeo (ho), che non vuol dire possedere. Vuol dire restare, prendersi cura, avere un modo di stare al mondo. Dalla stessa radice vengono abito, abitudine, habitus. Il modo in cui abitiamo un luogo, alla lunga, ci dà forma. Tra un museo e una casa, allora, la differenza sta tutta nel verbo. Qui non si espone: si abita. Ci si lavorerà, ci si incontrerà, si discuterà, qualche volta si festeggerà. Per questo abbiamo scelto spazi semplici. Non soltanto razionali: essenziali. Spazi che lascino vedere la bellezza e le persone, senza aggiungere altro.
Un luogo di lavoro
Vengo alla seconda cosa. Questa casa è anche un luogo di lavoro. Qui, ogni giorno, lavorano donne e uomini al servizio della vita della diocesi. La chiamiamo “curia” per dire che è il luogo contrario all’incuria. Qui si lavora dentro un contesto di singolare bellezza per annunciare il Vangelo e farsi prossimi a tutti e a tutte, soprattutto a chi è più vulnerabile. La lettera pastorale di quest’anno si intitola Sulla via. Il titolo dice già che siamo in cammino. Ma chi cammina sa che la strada ha bisogno di tappe. Luoghi in cui fermarsi un momento, sedersi, parlarsi, progettare insieme il tratto successivo. Anche i due discepoli di Emmaus, dopo una giornata di strada, si fermano in una casa. È lì, a tavola, che capiscono. E subito ripartono. Queste stanze vorrebbero essere così: tappe sulla via, non uffici in cui chiudersi né stanze di un museo anonimo. Sono importanti anche gli angoli in cui fermarsi insieme. Dovrebbe accadere qui ciò che capita in qualunque scuola: non si impara solo nelle aule, ma anche nella sala professori, nei corridoi, sulle scale. Condividere uno spazio è creare le condizioni per condividere storie. L’ambiente plasma più di quel che si pensi, infatti. Chi lavora qui trova delle scrivanie, certo. Ma speriamo che trovi soprattutto luoghi di scambio. Tavoli su cui un problema si mette in mezzo e si guarda da più lati. Porte che restano aperte tra un ufficio e l’altro. Progetti che nascono da più mani, invece di passare da una scrivania all’altra.
La soglia: aperta per davvero
Quel confine, in una casa, ha un nome preciso: la soglia. Ed eccoci alla terza cosa, la più difficile. La soglia di questa casa deve restare aperta perché questo tempo non ha bisogno di porte chiuse in faccia o di divieti d’accesso, generati dalla paura. Pensando a questo, mi vengono in mente due possibilità. Una da mettere in campo. L’altra da riprendere e portare avanti, in modo sistematico. La prima è rendere accessibile questa dimora, grazie a chi accompagna nella visita, come già si fa per tanti altri contesti storico-artistici. La seconda cosa accadrà a breve quando al primo freddo verranno qui ospitati alcuni che dalla strada saliranno all’ultimo piano sopra questo splendido salone per passarvi la notte al caldo e dopo una doccia ripartire per la giornata in giro per la città e le campagne circostanti.
Così gli splendidi paesaggi qui solo dipinti troveranno nuova vita e nuova bellezza.
Grazie.
