Venerdì 12 dicembre

Tre voci che preparano, accolgono e compiono il Natale

Preghiera giovani a Grezzana

Grezzana, venerdì 12 dicembre 2025
Tre voci per un Natale che cambia il mondo

Quando pensiamo al Natale, immaginiamo spesso il silenzio della Notte Santa, la quiete della grotta, il Bambino che dorme. Ma il Natale che ci raccontano i Vangeli è tutt’altro che silenzioso. È un evento che irrompe nel mondo attraverso voci. Voci diverse, voci coraggiose, voci che non si accontentano dello status quo. Questa sera vogliamo metterci in ascolto di tre voci: quella di Giovanni che prepara, quella di Maria che accoglie e quella di Gesù che compie il Natale. Tre modi di usare la parola (o di essere la Parola, come per Gesù) per cambiare la storia.

Prima voce: Giovanni Battista – Gridare dove non c’è nessuno

Ascoltiamo dal Vangelo secondo Marco:

Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri” (Mc 1,3)

Giovanni Battista ci mette subito di fronte a un paradosso: grida nel deserto. Fermiamoci un attimo su questa immagine. Il deserto è il luogo dove non c’è nessuno, dove le parole si perdono nella sabbia, dove l’eco non torna indietro. Eppure Giovanni grida. Non aspetta che si formi un pubblico, non cerca prima una platea che lo ascolti, non calcola l’audience. Semplicemente grida, perché quella voce deve esserci, anche se sembra inutile.

Questa è la prima lezione del Natale: la voce che grida nel deserto non è una voce sprecata. È la voce che crea possibilità dove sembrano non essercene. Prima che arrivi qualcuno, prima che si formi una strada, prima che ci sia una risposta, qualcuno deve avere il coraggio di dire che un’altra direzione è possibile. Giovanni ci insegna che la voce precede la strada. Non è che prima si costruisce la via e poi qualcuno la annuncia. No, prima qualcuno deve gridare che quella via può esistere, e solo dopo il cammino si apre.

Pensateci: quante volte noi tacciamo perché pensiamo “tanto non cambia nulla”? Quante volte rinunciamo a dire una parola giusta, a denunciare un’ingiustizia, a proporre un’alternativa perché ci sembra che nessuno ci ascolterà? Giovanni ci provoca: il deserto è pieno di voci che mancano, di parole che nessuno ha il coraggio di dire. E proprio lì, dove sembra più inutile, la voce diventa più necessaria.

Il Battista non è profeta perché ha successo, ma perché è fedele alla sua voce. Grida nell’assenza e proprio quel grido apre una strada imprevista. Il deserto diventa via. L’impossibile diventa direzione. Questa è la profezia: non predire il futuro, ma gridare che un futuro diverso è possibile, anche quando tutti dicono che non c’è niente da fare.

La domanda che Giovanni ci lascia è semplice e radicale: dove stiamo tacendo per paura dell’inutilità e dell’irrilevanza? Quali deserti della nostra vita, della nostra società, della nostra Chiesa hanno bisogno di una voce che gridi, anche se sembra che non ci sia nessuno ad ascoltare?

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Seconda voce: Maria – Dal sì personale al canto rivoluzionario

Ascoltiamo dal Vangelo secondo Luca:

Maria disse: Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola” (Lc 1,38)

Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52-53)

Quando pensiamo a Maria nel Natale, spesso la immaginiamo come figura silenziosa, tutta interiore, quasi passiva. Ma i Vangeli ci raccontano tutt’altro. Maria è una donna che usa la voce, e la usa in modo dirompente. Il suo cammino attraversa due momenti: prima dice “eccomi”, poi canta il Magnificat. Prima accoglie, poi denuncia. E questi due momenti non sono separati, sono profondamente connessi.

Maria dice “eccomi” di fronte all’angelo. È una parola piccola, intima, personale. È il a qualcosa che lei non controlla, che non capisce fino in fondo, che la spaventa. Eppure lo dice. E questo non rimane chiuso nella sua camera, non rimane un fatto privato tra lei e Dio. Quel si trasforma immediatamente in corpo che accoglie, in grembo che genera, in carne che si fa spazio per l’altro. Maria ci insegna che accogliere è sempre un atto concreto, fisico, che ci trasforma.

Ma Maria non si ferma qui. Quando va a trovare Elisabetta, quando il bambino che porta in grembo sussulta di gioia, Maria apre la bocca e canta. E il suo canto non è una dolce ninna nanna, non è una preghiera intimistica. È un grido di gioia e di liberazione, un annuncio personale e politico, una denuncia sociale. Maria collega la nascita di quel bambino al rovesciamento delle strutture di ingiustizia del mondo. Dice che Dio ha scelto di farsi piccolo benedicendo la sua piccola vita, ma lo ha fatto per rovesciare i potenti, per innalzare gli umili, per riempire gli affamati e rimandare a mani vuote i ricchi.

Questa è la seconda lezione del Natale: la voce che accoglie è anche voce che rovescia. Non c’è accoglienza neutra, non c’è maternità che non abbia conseguenze pubbliche. Maria ci mostra che dire a Dio significa necessariamente andare contro l’ingiustizia. L’Incarnazione non è un fatto privato: è già giudizio sul mondo così com’è. Il Natale non conferma l’ordine delle cose, lo sovverte.

Per noi questa è una provocazione forte. Spesso viviamo la fede come qualcosa di intimo, di personale, quasi di privato. Maria ci dice che il nostro “eccomi” deve avere conseguenze pubbliche, sociali, politiche. A cosa stiamo dicendo ? E questo sì ci porta a cantare il Magnificat, a denunciare ciò che non va, a schierarci con gli ultimi? O rimane un fatto intimistico, senza incidenza sulla realtà?

Maria ci insegna che la voce più autentica è quella che sa tenere insieme accoglienza e denuncia, corpo che si fa spazio e canto che rovescia. Non c’è Natale senza Magnificat. Non c’è nascita di Dio senza giudizio sulle ingiustizie del mondo.

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Terza voce: Gesù – Restituire voce a chi non ce l’ha

Ascoltiamo alcuni frammenti dai Vangeli:

Gesù la vide, la chiamò a sé e le disse: Donna, sei liberata dalla tua malattia” (Lc 13,12)

Gesù le disse: Figlia, la tua fede ti ha salvata” (Mc 5,34a)

Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua” (Lc 19,5)

Gesù disse: Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11b)

Sulla tua parola getterò le reti” (Lc 5,5b)

Eccoci alla terza voce, quella di Gesù. E qui c’è qualcosa di inaspettato: Gesù è la Parola di Dio fatta carne, eppure non usa la sua voce per occupare tutto lo spazio sonoro del mondo. Gesù usa la voce in modo completamente diverso da come facciamo noi. La usa per rendere presente Dio e ciò si traduce in un restituire voce a chi non ce l’ha, in un far parlare chi era stato ridotto al silenzio, in un dare nome e dignità a chi era diventato invisibile.

Guardate come si muove Gesù nei Vangeli. Incontra una donna curva da diciotto anni, una donna che nessuno guarda più, che è diventata parte del paesaggio. E Gesù la chiama, le parla, la libera, le restituisce la possibilità di stare dritta e di parlare. Incontra un’altra donna, l’emorroissa, che lo tocca di nascosto perché si vergogna, perché è impura, perché non ha diritto di esistere pubblicamente. E Gesù non lascia che quel gesto rimanga nascosto. La chiama, la fa uscire allo scoperto, le dice “figlia”, le dà un nome di relazione, una storia, un futuro.

Incontra Zaccheo, che tutti disprezzano, di cui tutti parlano male, che è ricco ma solo. E Gesù lo chiama per nome, dice che deve fermarsi a casa sua, lo fa esistere davanti a tutti. Incontra un’adultera che stanno per lapidare in silenzio, senza processo, senza voce. E Gesù le restituisce la parola, le restituisce un futuro: “Neanch’io ti condanno; va’ e non peccare più”. Incontra pescatori stanchi che hanno faticato tutta la notte senza prendere nulla. E invece di ignorare la loro fatica, Gesù prende sul serio la loro parola, risponde alla loro stanchezza: “Gettate le reti dalla parte destra”. E loro, sulla sua parola, si fidano di nuovo.

Questa è la terza lezione del Natale: la voce più potente è quella che sa tacere per far parlare gli altri. Gesù, che è la Parola per eccellenza, usa la parola per moltiplicare le parole. Non per monopolizzare lo spazio, ma per creare spazio. Non per zittire, ma per far parlare. La Parola incarnata è quella che crea parola negli afoni.

E questa è una lezione durissima per noi che viviamo nell’epoca dei social media, dove tutti parlano, tutti hanno qualcosa da dire, tutti occupano spazio sonoro. Gesù ci provoca: a chi stiamo restituendo voce con le nostre parole? Chi rendiamo visibile? Chi facciamo esistere? O usiamo la nostra voce solo per occupare spazio, per affermare noi stessi, per sovrastare gli altri o magari per compiacere soggetti potenti e distruttivi? La nostra voce è quella di Narciso, una mera obbedienza agli ordini malsani di un certo mondo violento o superficiale, o è una risposta a qualcosa di più grande e misterioso?

Il Natale ci dice che Dio si è fatto carne non per gridare più forte di tutti, ma per ridare voce a chi era stato ridotto al silenzio. E se vogliamo essere discepoli di questo Dio incarnato, dobbiamo imparare a usare la voce non per affermarci, ma per restituire dignità, nome, parola a chi non ce l’ha.

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Vocazione: trovare la propria voce

Abbiamo ascoltato tre voci che preparano, accolgono e compiono il Natale. Tre modi diversi di rispondere a una chiamata, tre vocazioni che hanno cambiato la storia. Perché di questo parliamo quando parliamo di vocazione: di trovare e riconoscere la propria voce unica, quella che Dio chiama fuori da noi per metterla al servizio del mondo.

Giovanni ci mostra la vocazione profetica: quella voce che non calcola i risultati, che grida dove sembra inutile, che apre strade impossibili. È la vocazione di chi non aspetta che tutto sia pronto, ma inizia a camminare per primo. Maria ci mostra la vocazione dell’accoglienza sovversiva: dire sì a Dio significa dire no alle ingiustizie, generare vita significa rovesciare i potenti. È la vocazione di chi sa che il personale è sempre politico, che non c’è fede senza conseguenze pubbliche. Gesù ci mostra la vocazione del servizio che libera: usare la propria voce per restituire voce, occupare spazio per creare spazio a Dio e dunque alle altre vite e al mondo intero. È la vocazione di chi sa che la vera grandezza sta nel farsi piccoli perché altri possano crescere.

E ora la domanda vocazionale passa a noi: quale voce sei chiamato ad essere? Non quale voce vorresti avere, ma quale voce Dio sta già chiamando fuori da te? Sei forse chiamato alla profezia di Giovanni, a gridare nel deserto della tua scuola, del tuo ambiente, della tua chiesa, anche quando sembra inutile? Sei forse chiamato all’accoglienza sovversiva di Maria, a dire sì a una vita che generi giustizia e non si accontenti di un’intimità sterile? Sei forse chiamato al servizio liberante di Gesù, a usare i tuoi talenti, le tue competenze, la tua visibilità per restituire voce a chi è invisibile?

La vocazione non è qualcosa che si sceglie una volta per tutte, magari con una decisione solenne o un momento drammatico. La vocazione è un ascolto quotidiano, è il riconoscimento progressivo di quella voce con cui Dio ci chiama a uscire fuori da noi stessi, ogni giorno. Giovanni ha riconosciuto la sua nel deserto, Maria nel suo mettere al mondo l’imprevisto a Nazaret, Gesù lungo le strade della Galilea. Dove riconoscerai tu la tua?

Il Natale ci ricorda che Dio non chiama i perfetti, ma chiama chiunque sia disponibile a prestare la propria voce al suo progetto di liberazione. Giovanni era strano, Maria era giovane e povera, Gesù era figlio di un artigiano di provincia. Eppure le loro voci hanno cambiato la storia. La tua voce, per quanto ti sembri piccola o inadeguata, può fare altrettanto. L’unica domanda è: sei disposta/o ad ascoltare la chiamata alla fioritura della tua vita e a rispondere liberamente?

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