Maria Madre di Dio – Te Deum 2025
(Nm 6,22-27; Sl 66; Gal 4,4-7; Lc 2,16-21)
Cattedrale di Verona, 31 dicembre 2025
“Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio”. L’Apostolo scrivendo ai Galati chiarisce che la libertà – che si introduce nel mondo grazie alla venuta del Figlio – si manifesta nella relazione che abbiamo col tempo. Noi oggi abbiamo col tempo un difficile rapporto. Per cominciare, abitualmente viviamo in perenne mancanza di tempo. Quasi in apnea e questa ‘epoca dell’affanno’ ci fa ansiosi, stressati, disorientati. Il problema però non è la cosiddetta ‘accelerazione’, cui saremmo sottoposti per via della tecnologia sempre più pervasiva, ma il fatto che il tempo è come se fosse ormai atomizzato, frantumandosi in tanti ‘attimi presenti’ che si sostituiscono l’uno all’altro, che non conoscono più pause e intervalli, soglie e passaggi, e, soprattutto, non costruiscono più un’unica storia: la nostra. La frammentazione del tempo si accompagna così ad una crescente massificazione e uniformità, che non si arresta neanche di fronte al tempo libero che è sempre più standardizzato e uguale a sé stesso. Che cosa manca al tempo perché possa essere personalizzato e non scorrere vuotamente sempre identico a sé stesso? Manca la capacità di “indugiare”: bellissimo verbo che parla di pause, di ozio meditativo, di sguardo lungo e cordiale sulle cose. In una parola, ciò che manca è lo sguardo contemplativo che restituisce al tempo il suo “profumo”, che è lento e permanente, che sa di ricordo e di memoria. L’attività febbrile e l’inquietudine della vita moderna hanno molto a che vedere con la perdita della capacità contemplativa. Conseguenza di questo stato di cose è quella certa “atrofia esperienziale” che ci fa perdere il gusto delle cose, rende la vita monotona e portata a ripetere stancamente sé stessa. Con l’aggravio che il tempo scorre senza accorgersene neanche. Come scrive Heidegger: “Fare esperienza di qualcosa – si tratti di una cosa, di un uomo, di un Dio – significa che quel qualcosa per noi accade, che ci incontra, ci sopraggiunge, ci sconvolge, ci trasforma”.
“Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. A questo punto siamo in grado di comprendere l’attitudine di Maria che vive il tempo della nascita di Gesù cercando di cogliere in esso quel “mentre” che sta tra il desiderio e il compimento di quella esperienza. Maria assapora interiormente e sa metabolizzare gli accadimenti grazie a questo sguardo non ripiegato su sé stessa, ma orientato a penetrare più profondamente dentro quello che le è accaduto di vivere e di sperimentare. “Indugiare” significa lasciar avvenire, acconsentire, invece di intervenire ed amplia l’essere che è più di un essere attivo e distende il tempo. Lo aveva intuito F. Nietzsche: “Per mancanza di quiete la nostra civiltà sfocia in una nuova barbarie. In nessun tempo gli attivi, vale a dire gli irrequieti, hanno avuto una maggiora importanza. Per cui una delle necessarie correzioni che si devono apportare al carattere dell’umanità è quello di rafforzare in larga misura l’elemento contemplativo” (Umano, troppo umano). L’augurio è che il 2026 sia un anno con il profumo del tempo.
