Celebrazione diocesana di chiusura del Giubileo (Santa Famiglia)
(Sir 3,3-7.14-17a; Sal 127; Col 3,12-21; Mt 2,13-15.19-23)
Cattedrale di Verona, 28 dicembre 2025
“Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Matteo scrive di Gesù bambino, ma le sue immagini sono prive di qualsiasi tenerezza. Il Bambino è fragile e il mondo intorno è feroce. Noi qualche volta sogniamo “ad occhi aperti” una famiglia senza conflitti, una società senza violenza, una Chiesa senza problemi. Ma la realtà non è così: Gesù nasce dentro un mondo ostile e non lo sistema con una bacchetta magica. Lo attraversa. E alla fine lo lascerà imperfetto, ma non uguale a prima perché vi avrà seminato la speranza. Quale speranza? Quella piccola e concreta speranza, di cui si fa interprete Giuseppe che passa attraverso tre sogni “ad occhi chiusi”.
Giuseppe non parla. Si alza. Prende il bambino e sua madre, e parte. Non verso una terra “dove scorre latte e miele”, ma verso l’Egitto che è come ritornare indietro: alla terra della schiavitù e dell’esilio. Noi viviamo, in effetti, un tempo di “schiavitù”: sempre più “sotto controllo” ed esposti al fascino di mille dipendenze. Per questo siamo “spaesati” e viviamo in esilio rispetto alla libertà. Dopo la morte di Erode, Giuseppe avrà nuovamente un sogno che gli suggerisce di tornare a casa. Il potere ha cambiato volto ma la violenza non è scomparsa. A Erode è succeduto Archelao e Giuseppe non si fida. Così decide dopo l’ennesimo sogno di tornare in Galilea, a Nazareth. Il bambino crescerà perché Giuseppe ha saputo “fuggire”, “aspettare” e finalmente “tornare”.
Le tre scelte di Giuseppe sono anche le nostre in ordine alla prossima Assemblea diocesana con la quale vogliamo seminare la speranza cristiana dentro e fuori la Chiesa. In che modo? “Fuggendo” la moltiplicazione delle attività e delle proposte a scapito di una essenziale proposta di vita che è fondata sulla gioia del Vangelo; “aspettando” a prendere la parola e approfondendo l’ascolto prima di Dio e poi tra di noi; “tornando”, infine, ad una relazione più effettiva ed affettiva che consenta a ciascuno di sentirsi chiesa come una famiglia normale, con le sue luci e le sue ombre, ma riconosciuto e accolto. L’Assemblea, infatti, vuol essere una “fuga” dall’apatia e dalla retorica del “si è sempre fatto così”; ma anche una “attesa” delle voci, in primis di Dio che parla anche oggi e poi degli altri; infine un “ritorno” dentro la comunità reale e non dentro quella ideale, dove, al netto dei problemi, dei numeri, delle fatiche, si dà una relazione di qualità. E ci si dà da fare per quelli che stanno peggio, come nel caso del Fondo sull’abitare che la Caritas diocesana sta approntando per gli homeless. Beninteso, non sarà l’Assemblea un momento di mera convivialità, perché la comunità sarà chiamata ad esprimersi, nelle persone che la rappresentano, su questioni fondamentali. Oggi, dunque, si chiude il Giubileo, ma non finisce la speranza. Siamo invitati a ritrovarla nel quotidiano e non nell’eccezionale, dentro il limite e non nella pienezza, abitando la nostra Nazareth, come Gesù che vi cresce nonostante tutto: simbolo di una perfezione non eroica, non ideale, non perfetta, ma – quel che più conta – possibile.
