Venerdì 3 luglio

Occorre aprirsi alla vita

Solennità di Nostra Signora dell’Orto a Chiavari

Solennità di Nostra Signora dell’Orto
(Is 61,10-11; Sal 66; Rm 12,9-18.21; Lc 1,39-56)
Cattedrale di Chiavari, venerdì 3 luglio 2026

In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda”. Maria percorre a piedi un territorio impervio per recarsi a fare da “badante” all’anziana cugina e forse – come aggiunge qualche esegeta non di professione – anche per assistere il vecchio sacerdote Zaccaria, che ha perso la parola (sic!). Camminare al tempo di Maria non era certo una scelta, ma piuttosto una necessità. Dietro all’incedere faticoso e rischioso della giovane fanciulla di Nazaret, si riscopre il nostro punto di vista di “pedestri”, che è in effetti più disarmato e, al tempo stesso, più esposto alla gioia di esistere. Grazie al camminare assumiamo una condizione di vita più frugale, purificata dai falsi bisogni che pesano su di noi e ci imprigionano. Ci riscopriamo, soprattutto, capaci di contemplazione, cioè con uno sguardo meno rapace e più disinteressato, in grado di accogliere quel che si incontra. Per questo la processione di stasera che si avvierà per il centro storico vuol essere un esercizio concreto per imparare di nuovo che “camminare è un modo tranquillo per reinventare il tempo e lo spazio. Prevede uno stato d’animo, una lieta umiltà davanti al mondo” (David Le Breton). Non è forse così Maria?

Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?”. Sono queste le parole che accolgono Maria e che aiutano a riscoprire la legge fondamentale dell’esistenza che è il grembo della vita. Per tante ragioni ci stiamo allontanando dal grembo della vita, costretti da altre urgenze e preoccupazioni. Ma soltanto la vita e non certo la guerra è in grado di risvegliare il genere umano. Elisabetta in lieta attesa ancor prima di Maria l’ha sperimentato in prima persona. Da sterile e ormai rassegnata è miracolosamente diventata feconda e aperta al futuro. Questo è il “miracolo” da implorare per la nostra comunità, per il nostro Paese, per il mondo intero. Occorre come Maria ed Elisabetta aprirsi alla vita e facilitare qualsiasi possibilità di custodirla e di incentivarla. Come cantava Bob Dylan già a metà anni Sessanta: “Chi non è impegnato a nascere, è impegnato a morire”.

Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua”. Tre mesi a casa di Elisabetta che era “al sesto mese” dice che Maria si trattiene fino alla nascita del Battista. E suggerisce che la sua non è la visita del dottore, ma quella dell’ostetrica. Perché la vita rinasca ci sono almeno tre cose da fare insieme: l’educazione, l’affezione, l’impegno. L’educazione che fa pensare per non vivere da coatti; l’affezione che si lega per entrare in una relazione profonda e, infine, l’impegno che non può essere qualcosa di episodico, ma di stabile come nel rapporto tra genitori e figli. Aveva proprio ragione l’apostolo Paolo: “Fratelli… non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito; servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera”. Come  Maria, Nostra Signora dell’Orto!

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