Sabato 20 dicembre 2025

Nasce ancora

Ritiro di Avvento per i nonni e per gli anziani

Sabato della III settimana di Avvento

Ritiro di Avvento per i nonni e per gli anziani

Nasce ancora

  1. Il tempo che passa e il tempo che si compie

Il Natale è una festa di nascita. Ma la nostra nascita è lontana — cinquanta, sessanta, settant’anni fa, forse più. Quanti Natali racchiusi nella nostra memoria! Ricordiamo il Natale di quando eravamo bambini, il Natale di quando eravamo tanti attorno alla tavola, il Natale di quando arrivavano i nonni, il Natale della messa con le scarpe nuove…

E oggi, aspettiamo un altro Natale. Ancora un inizio, ancora la novità di un bambino che viene. C’è ancora spazio in noi per la meraviglia? Per la novità di un Dio che entra nel tempo? Per l’eterno che si fa piccolo, fragile, bisognoso di tutto? Per sentire che il tempo apparentemente vuoto e stanco può essere ancora la pienezza del tempo, quando Dio manda suo figlio, nato da donna? (san Paolo).

La vecchiaia conosce questa differenza meglio di ogni altra stagione. Sa che il tempo non si misura solo in anni. Sa che ci sono anni vuoti e anni pieni, giorni lunghi e giorni densi. Sa che il tempo può passare senza che nulla nasca, oppure può compiersi — diventare pieno di senso, di relazioni, di dono.

C’è un’esperienza strana nella vecchiaia: il tempo sembra passato velocissimo — “com’è possibile che siano già passati settant’anni?” — eppure le giornate a volte sono lente, lunghe, e non si sa come riempirle. È la stessa vita, lo stesso tempo, ma vissuto su due registri diversi. La Scrittura conosce questa differenza. C’è il chronos, il tempo che scorre, che si misura, che passa e non torna. E c’è il kairos, il tempo opportuno, il tempo che matura, il tempo in cui qualcosa accade. Il chronos si consuma. Il kairos si compie. Dio viene nel mondo in un tempo così.

Lo psichiatra Eugenio Borgna, che ha dedicato la vita ad ascoltare le esistenze fragili, ci mette in guardia: la nostra cultura misura il tempo solo in termini di produttività, di efficienza, di prestazione. E quando questi vengono meno, decreta che la vita non ha più senso. Ma Borgna risponde: “Noi non siamo esistenze chiuse e pietrificate dalla biologia, ma esistenze immerse nelle relazioni con gli altri”. Il tempo non si misura in produttività. Si misura in relazioni. Si misura in quello che abbiamo amato e in quello che ancora possiamo amare.

Simeone era vecchio. Aspettava da anni. Quando finalmente prende in braccio il bambino dice: “Ora lascia che il tuo servo vada in pace, perché i miei occhi hanno visto”. Non dice: finalmente è finita l’attesa. Dice: ora il tempo si compie, ora posso andare, perché quello che doveva riempire la mia vita è arrivato. Il suo tempo non finisce — si riempie.

________________________________________

2. Fragili e sapienti

Ma siamo onesti. La vecchiaia non è solo pienezza. È anche fragilità. Il corpo che rallenta, che fa fatica, che duole. La memoria che dimentica i nomi ma stranamente ricorda cose di cinquant’anni fa. La solitudine che pesa, soprattutto la sera. Il sentirsi a volte di troppo, fuori posto in un mondo che corre e non ha tempo.

Non serve negarlo. Non serve far finta che sia tutto bello. Gesù stesso non ha avuto paura di dire “l’anima mia è triste fino alla morte”. Si può essere tristi, si può sentire il peso, si può avere paura. La fede non è un’anestesia.

Borgna descrive un “filo spinato del pregiudizio” che circonda la vecchiaia come una cittadella assediata. Un pregiudizio che nasconde “un segreto disprezzo per la debolezza”, che porta a considerare questa età come inutile, come una vita non più degna di essere vissuta. E questo pregiudizio non sta solo fuori — a volte entra dentro, e gli anziani stessi cominciano a crederci, a sentirsi un peso, a pensare di non servire più a niente.

Eppure Borgna ci dice anche qualcos’altro: gli anziani non perdono le emozioni — le vivono diversamente. Quello che sembra inaridimento spesso è solitudine, è depressione, è il peso di non essere più guardati, ascoltati, cercati. Ma quando qualcuno li guarda negli occhi, li ascolta senza fretta, usa parole gentili — le emozioni tornano. La capacità di sentire, di commuoversi, di sperare non ha scadenza.

E in questa fragilità succede qualcosa. Cadono le maschere. Cadono le illusioni. Si smette di fingere di essere quello che non si è. Non c’è più niente da dimostrare, niente da conquistare. E in questo spazio vuoto, in questa nudità, può nascere una sapienza che prima non c’era.

Borgna scrive che la vita spirituale nell’età anziana è “un viaggio del cuore verso la propria interiorità, non per restare chiuso nel recinto dell’intimità, ma perché solo dal fondo di sé stessi è possibile raggiungere le profondità delle altre vite”. La vecchiaia, quando è vissuta come cammino verso il proprio centro, diventa capacità di raggiungere gli altri in profondità. Non nonostante la fragilità — attraverso di essa.

Quando Maria e Giuseppe portano Gesù al tempio, ci sono due persone anziane a riconoscere quel bambino che sarebbe stato uno di quei figli che hanno un’altra strada rispetto a quella immaginata dai genitori. Come scriveva Gibran, uno di quelli che «abitano case futuro che nemmeno in sogno potrete visitare». Lì ci sono Anna e Simeone che nella loro vecchiaia hanno intuito profeticamente la giovinezza di Dio in quel piccolo in fasce. Simeone e Anna lodano Dio, benedicono il bambino e parlano di lui, profetizzando del suo destino nel mondo.

Il Vangelo ci tiene a specificare che Anna aveva ottantaquattro anni. Era vedova da decenni. Non si allontanava mai dal tempio, digiunando e pregando giorno e notte. Una vita intera passata ad aspettare. E proprio lei, proprio a quell’età, riconosce il bambino. Proprio lei comincia a parlare di lui a tutti quelli che aspettavano la redenzione.

Simeone ora può morire in pace.

È la sapienza di chi sa che cosa conta davvero, perché ha visto che cosa resta quando il resto se ne va. È la sapienza di chi non ha più fretta, e quindi può finalmente vedere quello che chi ha fretta non vede. È la sapienza di chi ha sbagliato abbastanza da non giudicare più troppo severamente gli errori degli altri.

Ecco la sapienza dei vecchi nel Natale: riconoscere. I sacerdoti non riconoscono nulla. I dottori della legge non vedono nulla. Erode vede solo una minaccia. Ma due vecchi — fragili, ai margini, senza potere — vedono tutto. Vedono Dio in un bambino povero.

Ci vuole una vita intera per imparare a vedere così. Ci vogliono tutte le illusioni cadute, tutte le maschere tolte, tutti i fallimenti attraversati. Ci vuole la fragilità che ha smesso di difendersi. Solo allora gli occhi diventano capaci di vedere quello che i furbi e i potenti non vedono.

Fragili e sapienti. Non sapienti nonostante la fragilità. Sapienti attraverso di essa. Perché la fragilità scava, e quello che scava può diventare spazio per qualcos’altro.


3. Esserci, ascoltare, credere, sostenere

“Ma allora che cosa posso fare ancora?” È la domanda che tormenta. Perché la nostra cultura ci ha insegnato che valiamo per quello che produciamo, per quello che facciamo, per quanto siamo utili. E quando non possiamo più fare quello che facevamo prima, ci sembra di non servire più.

Ma forse abbiamo sbagliato misura. Forse le cose più importanti non si fanno, si sono.

Esserci. Semplicemente esserci. Per i figli, per i nipoti, per chi ha bisogno. Non fare qualcosa per loro — essere lì, presenti, disponibili. Una presenza che dice: ci sono, non sei solo, qualcuno ti guarda con amore. I bambini lo sanno benissimo quanto è importante sapere che il nonno c’è, anche se non fa niente di speciale.

Ascoltare. Il mondo è pieno di gente che parla. È pieno di rumore, di opinioni, di fretta. Quello che manca è chi ascolta. Chi ha tempo. Chi non deve scappare da nessuna parte. Chi sa stare in silenzio mentre l’altro parla, senza interrompere, senza giudicare, senza dare subito consigli. Ascoltare è un dono raro. E forse adesso, con più tempo e meno fretta, possiamo darlo.

Credere. Credere per altri. Credere quando altri non riescono più a credere. Portare nella preghiera chi non prega, portare nella fede chi dubita. Nella tradizione della Chiesa c’è sempre stata questa convinzione: che qualcuno può credere per qualcun altro, può portare il peso della fede quando l’altro non ce la fa. I vecchi che pregano nella chiesa vuota non stanno perdendo tempo. Stanno tenendo in piedi qualcosa. Borgna scrive che l’età anziana è “l’età che porta a Dio un mondo con cui si ha confidenza e che al contempo si riesce a trascendere”. Chi ha vissuto tanto può pregare con tutto il peso della vita dentro.

Sostenere. Con una parola, con uno sguardo, con una telefonata, con una benedizione. Non servono grandi gesti. A volte basta dire a un nipote: “Ce la farai. Io credo in te”. A volte basta essere quello che non perde la speranza quando tutti la perdono.

Borgna ha dedicato pagine bellissime al potere delle parole. Le parole giuste, dice, non sono semplicemente strumenti di comunicazione — sono “ponti di connessione umana”, strumenti di guarigione. Le parole che raggiungono chi è fragile “custodiscono il silenzio da cui provengono”, “sono delicate, accolgono la sofferenza e non feriscono”, “portano speranza”. Ma ci sono anche parole che fanno male, parole gelide, parole che aumentano la solitudine invece di curarla.

Gli anziani possono essere datori di parole che salvano. Il cardinale Martini scriveva che gli anziani “devono trasmettere i sogni e non le delusioni della loro vita”. Non le amarezze accumulate, non i rimpianti, non il cinismo di chi ha visto troppo. Ma i sogni. La fiducia. La benedizione.

Esserci, ascoltare, credere, sostenere. Sono verbi di presenza. Non producono nulla di misurabile. Ma sono forse le cose più importanti che un essere umano può fare per un altro.

Il Natale non ha bisogno solo di bambini che nascono. Ha bisogno di vecchi che riconoscono, che benedicono, che parlano, che tengono accesa la speranza.

________________________________________

4. Nasce ancora

Ma torniamo alla domanda. Che cosa può nascere ancora, quando la propria nascita è così lontana?

Forse la domanda va rovesciata. Forse non siamo noi che dobbiamo far nascere qualcosa. Forse è Dio che vuole nascere ancora — in noi, attraverso di noi. Cristo nasce in noi, ogni giorno e a Natale questo si fa sentire come un evento che si ripete, che vuole ripetersi, ogni volta che qualcuno fa spazio.

E chi sa fare spazio meglio di un vecchio? Chi ha più posto dentro di sé di chi ha lasciato andare tante cose? La giovinezza è piena di sé, di progetti, di desideri, di io-io-io. La vecchiaia — quando è vissuta bene — si svuota. E in quello svuotamento c’è finalmente posto per un altro.

Maria ha detto sì, e il Verbo si è fatto carne in lei. Ma quel sì non è stato detto una volta sola. Può essere detto ancora. Può essere detto adesso. Ogni volta che diciamo sì — sì alla vita così com’è, sì al limite, sì al dono di quello che abbiamo, sì a Dio che viene — qualcosa nasce.

Nascono ancora la pazienza e la tenerezza, in chi ha attraversato abbastanza da non giudicare più. Nasce ancora la preghiera, in chi ha tempo per stare in silenzio davanti a Dio. Nasce ancora la benedizione, in chi ha capito che le parole possono dare vita. Nasce ancora la speranza, in chi la tiene accesa per altri che non ce la fanno. Nasce ancora la pace, in chi non ha più niente da difendere.

Borgna cita san Paolo: “Nella speranza siamo stati salvati. E una speranza visibile non è speranza, perché ciò che si vede come si può ancora sperare? Noi speriamo ciò che non vediamo, e attendiamo pazientemente”. E commenta: “Nella vecchiaia le possibilità di aprirsi alla speranza si riducono, certo, ma non si spengono, rinascendo senza fine, anche quando sembrano divenire impossibili”.

Rinascendo senza fine. È il segreto del Natale. È il segreto della vecchiaia vissuta nella fede.

Il Natale nella vecchiaia non è nostalgia di nascite passate. È stupore per quello che può nascere ancora. Sempre. Fino all’ultimo respiro. Perché non siamo noi la sorgente — è Dio. E Dio non smette mai di nascere.

________________________________________

Conclusione: Lasciarsi tenere

Gesù non è diventato vecchio. È morto a trentatré anni. Non abbiamo un vangelo della vecchiaia, non abbiamo un modello da imitare.

Ma abbiamo quello che ha detto nell’ultima cena, quando ha preso il pane e lo ha spezzato: “Questo è il mio corpo, dato per voi”. Non trattenuto. Dato. Spezzato e distribuito perché altri possano vivere.

È il segreto di tutta la vita cristiana. Ma forse lo si capisce davvero solo alla fine. Quando si è passati attraverso i tentativi di accumulare, di tenere, di costruire per sé. Quando si è visto che quello che si tiene marcisce, e quello che si dona resta.

La vecchiaia può essere il tempo del dono. Del lasciar andare senza amaro, del consegnare senza rimpianto. Non perché la morte non faccia paura — la fa, ed è giusto che la faccia. Ma perché si scopre che la vita non si perde quando si dona. Si compie.

Il cardinale Martini, anche lui diventato vecchio e fragile, ha scritto una frase che Borgna definisce “la più aperta alla speranza”: “Forse in punto di morte qualcuno mi terrà la mano”. Non è paura — è affidamento. È sapere che il dono di sé, alla fine, significa anche lasciarsi tenere. Ricevere la mano di un altro.

Il Natale celebra un Dio che si è lasciato tenere in braccio. Da Maria. Da Giuseppe. Da Simeone. Un Dio che non ha avuto vergogna di aver bisogno. Forse è questo l’ultimo segreto della vecchiaia cristiana: non solo dare, ma accettare di ricevere. Non solo benedire, ma lasciarsi benedire. Non solo tenere in braccio, ma lasciarsi tenere.

Quando Simeone prende in braccio il bambino, fa una cosa straordinaria. Benedice il futuro. Lui, che non ha futuro secondo il mondo — è vecchio, sta per morire, lo dice lui stesso — benedice il futuro del mondo intero. “I miei occhi hanno visto la tua salvezza, che hai preparato davanti a tutti i popoli”.

È il paradosso del Natale vissuto nella vecchiaia. Non abbiamo futuro infinito per noi, ma possiamo benedire il futuro degli altri. Possiamo tenere in braccio quello che viene dopo di noi e dire: è buono, è benedetto, Dio è qui.

I nipoti, i figli, i giovani che non conosciamo — qualcuno deve benedirli. Qualcuno deve dire loro: non abbiate paura, la vita è buona nonostante tutto, Dio viene, c’è salvezza. Chi può dirlo con più verità di chi ha attraversato tutto e sta ancora in piedi? Chi può dirlo meglio di chi non ha più niente da guadagnare e niente da perdere?

Questo può nascere ancora, nelle vite anziane: la benedizione. Il coraggio di dire bene della vita, di dire bene su chi viene dopo, di consegnare non l’amarezza ma la fiducia.

Il tempo si compie nel dono di sé. E forse il dono più grande che possiamo fare, adesso, è questo: benedire il Natale degli altri. Tenere in braccio il futuro — che non vedremo — e dire con Simeone: “Ora i miei occhi hanno visto. È qui. È buono. Vai in pace”.

 

condividi su