Domenica 25 gennaio

L’unità dei cristiani è parte integrante della testimonianza pasquale

Incontro ecumenico in Cattedrale

Incontro ecumenico
(Ef 4,4)
Cattedrale di Verona, domenica 25 gennaio 2026

Una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati”. La speranza cristiana non è un generico ottimismo, non è la fiducia che “le cose andranno meglio”, non è la disposizione psicologica di chi guarda al futuro con serenità. La speranza cristiana ha un contenuto preciso, un nome, un volto: è la speranza pasquale. È la speranza che nasce dalla tomba vuota. È l’annuncio sconvolgente che la morte non ha trattenuto Gesù, che il Crocifisso è risorto, che il male – per quanto reale, per quanto devastante, per quanto apparentemente invincibile – non ha l’ultima parola. Questa è la speranza alla quale siamo stati chiamati. Non una speranza vaga, ma questa speranza. Non una speranza qualsiasi, ma la speranza che Dio ha pronunciato sul corpo martoriato del Figlio risuscitandolo dai morti. E se questa è la nostra speranza – se il cuore della fede cristiana è l’annuncio che il male non vince, che la morte non chiude la storia, che l’amore crocifisso risorge – allora l’unità non è un optional. È una conseguenza necessaria. Perché una speranza così non può che generare comunione.

Il testo di Efesini insiste: una sola speranza. Non dice: siete stati chiamati ciascuno alla propria speranza. Non dice: le vostre speranze, pur diverse, convergono. Dice: una sola speranza, la stessa per tutti. Questo significa che non esistono speranze cristiane al plurale. Non c’è una speranza cattolica e una speranza ortodossa e una speranza protestante. C’è la speranza pasquale, e questa speranza è una. Il Risorto è uno. La vittoria sul male è una. La promessa di vita è una. Quando una comunità cristiana celebra la Pasqua – qualunque sia la sua tradizione, la sua confessione, la sua storia – annuncia la stessa cosa: Cristo è risorto, il male è vinto, la morte non è la fine. Questo annuncio ci precede tutti e ci accomuna tutti. Non l’abbiamo inventato noi, non appartiene a nessuna Chiesa in particolare, non è proprietà di nessuna tradizione. È il dono che ci costituisce come cristiani. L’unità dei cristiani non è dunque un lusso per tempi tranquilli, un obiettivo secondario da perseguire quando avremo risolto i problemi più urgenti. È parte integrante della testimonianza pasquale. È il modo in cui la speranza nella risurrezione prende forma visibile nella storia.

Possiamo allora comprendere il cammino ecumenico in una luce nuova. Questo non significa ingenuità. Le differenze tra le Chiese sono reali, alcune questioni teologiche sono serie, certi nodi storici sono dolorosi. Ma la speranza pasquale non nega la realtà del male: la attraversa. Non cancella la croce: la assume come via verso la risurrezione. Così il cammino ecumenico non sorvola sulle difficoltà, ma le affronta nella fiducia che lo Spirito può aprire strade dove noi vediamo solo muri. Non è l’unità di Babele: quella, Dio la disperde perché viene dal potere degli uni sugli altri e cancella le differenze con i mattoni tutti uguali. È l’unità dello Spirito, in cui le differenze restano, ma non producono divisioni.  Siamo stati chiamati a una sola speranza. Questa chiamata è insieme dono e compito, indicativo e imperativo. L’unità è già reale nel Risorto; deve ancora manifestarsi nella nostra vita. Ma proprio perché la speranza è una, sappiamo che il cammino ha una meta, e che Colui che ci ha chiamati è fedele.

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