XXXIII per annum 2025 (Messa per S. Vincenza Maria Poloni)
(Mal 3,19-20a; Sal 98; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19)
Cattedrale di Verona, domenica 16 novembre 2025
“Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. A sentir parlare così Gesù si resta interdetti perché sembra essere anche Lui un profeta di sventura come ce n’erano molti al suo tempo che vaticinavano la fine del mondo da un momento all’altro. In realtà, il Maestro guarda e vede l’oggi alla luce del futuro. Spinge lo sguardo oltre la superficie, scaraventa lo sguardo oltre l’illusione della solidità. Cosa c’era di più solido del Tempio con le sue misure eccezionali e le sue fattezze ricchissime? Profetizzandone la distruzione – che sarebbe avvenuta nel 70 d.C. – è come se volesse affermare che non è il Tempio a reggere la fede, ma è la fedeltà ad attraversare il tempo, bello o cattivo che sia.
Poi il Maestro dichiara solennemente: “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. La fine di un mondo non è ancora la fine del mondo. C’è spazio e tempo per rialzarsi. Infine, aggiunge: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Non si tratta di una esenzione dal dolore o dalle contraddizioni della storia. È il contrario dell’ideologia del successo e della forza. La perseveranza è il contrario della rassegnazione e consiste nel riprendere ogni giorno a lavorare per resistere al disastro del mondo. La via da seguire, dunque, non è il sogno e la fuga, ma la quotidianità. La perseveranza di cui si parla non ha nulla di eroico, ma solo di concreto. Questo è quel che suggerisce anche la parola dell’Apostolo: “guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. Ciò significa evitare di starsene oziosi conducendo una vita vuota che provoca pensieri angosciati o smania di fare chissà che. Al contrario, il lavoro ci dà ritmo, senso, possibilità di promuovere la vita di ciò che è intorno. Vivere vale più delle cose della vita. Si torna dunque all’essenziale. Le relazioni vengono prima degli interessi. Gli altri perciò sono necessari, prima che un problema. Dio è l’ancora di salvezza e non il nostro io. E va cercato nell’oggi. Ciò che conta è fare di qualsiasi prova un’occasione e non una iattura.
Questa è la testimonianza resa da Vincenza Maria Poloni. Era l’amore l’elemento più contagioso, come raccontano le donne che hanno seguito la sua strada e che per desiderio ardente accettarono gli stessi rischi. Deve essere stata una vera e propria benedizione per lei sentire il proprio canto continuare in altre voci, la propria fiamma battere in altri cuori. Certamente senza sorpresa: quella sorgente non era solo sua, ed era la cosa più naturale che circolasse altrove. Per questo la misericordia di Vincenza non si è estinta. Le sue figlie spirituali sono oggi in quattro continenti, parlano decine di lingue, servono in contesti che lei non avrebbe potuto immaginare. Ma il canto è lo stesso: quella particolare melodia di tenerezza operosa che lei aveva intonato nelle corsie dei luoghi di cura a Verona. E che chiede a noi di continuare a intonare specie nei riguardi dei più poveri, dei più fragili, dei più abbandonati.
