Martedì 29 settembre

Lo studio secondo la spiritualità

Inizio anno accademico Istituti teologici

Festa dei Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele – Inizio anno accademico
(Ap 12,7-12; Sal 137; Gv 1,47-51)
Cappella San Pietro del Seminario maggiore in Verona, martedì 29 settembre 2026

Michele, Gabriele e Raffaele hanno in comune il fatto che i loro nomi finiscono tutti con El, che in ebraico significa Dio. Tre nomi che non parlano di chi li porta, ma di Dio che è misericordia, forza, cura. Ecco già una buona definizione di teologia: discorso la cui identità sta tutta fuori di sé, in Dio. Dalla Parola proclamata ricavo tre suggestioni da coltivare: un’immaginazione, una resistenza, un paradosso.

L’immaginazione. “Il drago seduce tutta la terra abitata” ed è “accusatore dei nostri fratelli”. Seduzione e accusa sono due lavori dell’immaginazione. Seduce chi ci offre un mondo disegnato sul nostro desiderio. Accusa chi ci fa immaginare l’altro come colpevole e noi come innocenti. Il Vangelo mostra però un’altra immaginazione. Natanaele è sotto il fico. Una tradizione ebraica lega quell’albero allo studio della Scrittura. Gesù gli dice: “ti ho visto”. Poi promette un cielo aperto, con gli angeli che salgono e scendono. Non un cielo chiuso sopra la nostra stanza. Qui entra Gabriele. Porta a Maria una parola, e Maria chiede: come avverrà? L’angelo non la scavalca, risponde. È un’immaginazione che nasce da un incontro e accoglie la domanda. Questo chiedo alla teologia. Ritrovare l’immaginazione senza la quale la fede langue.

La resistenza. Nel salmo abbiamo ascoltato: “Non agli dèi, ma a te voglio cantare”. Michele sta in questo preciso punto e il suo nome è una domanda rivolta a ogni potere che si crede ultimo: “Chi è come Dio?”. A quale potere cantiamo oggi? Uno degli dèi più efficaci è il consumo che moltiplica i mezzi e smarrisce i fini. La teologia, per contro, tiene aperta la domanda sui fini: per che cosa? Per chi? Non è la sola a farlo, lo fanno anche la filosofia e l’arte. Ma porta un’ipotesi in più: che il fine ci venga incontro e che non dobbiamo inventarcelo. Opporre la resistenza è contraddire il pensiero unico.

Il paradosso. Ascoltiamo ancora l’Apocalisse: “Ma essi lo hanno vinto grazie al sangue dell’Agnello e alla parola della loro testimonianza, e non hanno amato la loro vita, fino alla morte”. È il paradosso più scandaloso del Vangelo. Vince chi di fronte al male non fugge, ma si espone al rischio della propria vita. Ecco Raffaele. Dio guarisce, dice il suo nome. E lo studio che c’entra? Non studiamo per possedere Dio in una definizione. Ma per avere una visione che cambi la dominante narrativa che oggi è segnata dal desiderio di tirannia. La storia biblica non si origina forse da un faraone cui sottrarsi per guadagnare la libertà? La teologia è la parola della testimonianza che ha sempre un prezzo perché a un certo punto chi studia dovrà dire una parola che lo espone. Il paradosso oggi è che non le idee, ma le scelte ci definiscono.

Gabriele, Michele, Raffaele sono simboli: della mistica, della profezia e della sapienza. La mistica perché nasce da un incontro con un mistero. La profezia perché spezza le immagini che ci chiudono. La sapienza, perché sa accompagnare le ferite dell’umanità. Questi simboli orientino lo studio. E “vedrete cose più grandi di queste”.

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