Mercoledì 18 marzo

Lo sguardo capace di «scoprire il divino negli altri»

Messa coi Focolarini nell'anniversario di C. Lubich

Mercoledì della IV di Quaresima 2026 (coi Focolarini anniversario di C. Lubich)
(Is 49,8-15; Sal 145; Gv 5,17-30)
Cattedrale di Verona, mercoledì 18 marzo 2026

Gesù disse ai Giudei: «Il Padre mio agisce anche ora e anch’io agisco»”. La guarigione dell’infermo a Betzata costituisce l’antefatto di questa ennesima polemica tra Gesù e i giudei a motivo del giorno di sabato che sarebbe stato compromesso. Come può Gesù, la Shekina di Dio, ordinare al malato di portare il suo lettuccio di sabato? La risposta è data dal v. 17 che è stato evocato. I rabbini dicevano che Dio aveva certo fatto tutto in 6 giorni e che si era riposato di sabato, ma questo riposo sabbatico non è un dolce far nulla. In questo giorno, infatti, Dio benedice (Gen 2,3), dando la vita. Proprio quello che fa Gesù che si “fa uguale a Dio” (v. 18), rivelando al contempo chi Egli è veramente. Gesù è venuto non a fondare una nuova religione, a inventare una diversa morale, a proporre un nuovo credo, ma a rivelare una cosa molto semplice: il Padre ama il Figlio e il Figlio ama il Padre e fa quel che vede fare dal Padre che ama tutti i suoi figli.

Da tempo, di fronte a quell’inquietante panorama mondiale che ogni giorno lascia col fiato sospeso, vien da pensare a quel «tutto andava alla rovina» di cui Chiara Lubich si fa interprete nel lontano 1949. Nel settembre di quell’anno Chiara scende a Roma e tocca con mano il degrado di una città che reca in sé le ferite di una guerra devastante. Al punto da commentare: “Se guardo Roma, vedo il mio ideale lontano”. Per questo alza gli occhi verso Colui che «era sceso per ricomporre la famiglia, a far di tutti uno». Pure lui «aveva visto un mondo come questo e al colmo della sua vita parve travolto, vinto dal male». Comincia a profilarsi la svolta. Ancora lo sguardo a Colui che non nominato, è ben evidente: «Guardava il mondo che correva alla rovina, ma non dubitava: riguardava pregando di notte il Cielo lassù ed il Cielo dentro di sé dove la Trinità viveva ed era l’Esser vero, il Tutto concreto. Mentre fuori per le vie camminava la nullità che passa». Lapidario era stato un suo maestro di vita, Igino Giordani: “L’io senza Dio è decapitato. Spogliato del divino è lasciato cadavere” (Disumanesimo, 1949).

Dal Cielo alla terra. Anche Chiara non vuole staccarsi dall’Eterno, dall’Increato, che è radice al creato e perciò la Vita del tutto, per credere alla vittoria finale della Luce sulle tenebre. «Noi crediamo all’Amore anche sotto le bombe, anche vicino alla morte». Era scoccata la scintilla ispiratrice di un nuovo che si edificava. In Lui, la forza di trasformazione sociale più radicale. Poi si rivela la chiave del capovolgimento. Chiara non vuole più guardare Roma. Le si apre un altro sguardo, attraverso la pupilla che è vuoto sull’anima, per il quale passa tutta la luce che è dentro (“se lascio viver Dio in me”). Ancora quello sguardo sull’umanità, con l’occhio di Dio che tutto crede perché è Amore e fa vedere e scoprire la stessa Luce negli altri. È quello sguardo capace di «scoprire il divino negli altri», le potenzialità sopite. E suscita reciprocità nell’amore (Gv 13,34).

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