Venerdì della I di Quaresima (21° anniversario della morte di d. Giussani)
(Ez 18,21-28; Sal 129; Mt 5,20-26)
Cattedrale di Verona, venerdì 27 febbraio 2026
“Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”. Sbaglieremmo se pensassimo a scribi e farisei come persone ipocrite, doppie, schizofreniche. In realtà, erano osservanti scrupolosi della Legge e non facevano il doppio gioco. Gesù sembra scagliarsi contro. Perché? È Gesù stesso che lo chiarisce, a scanso d’equivoci: “Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17). Che significa compiere? Non vuol dire che Gesù realizza il compimento della predizione che è stato il Primo Testamento. Né vuol dire che Gesù fa capire quel che gli ebrei non hanno capito, poiché ritenevano la Legge un modo per circoscrivere il male. Vuol dire che Gesù vuol andare al centro, al cuore della Legge. E infatti “chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli” (Mt 5,19). Il Maestro alza l’asticella dell’osservanza: non basta più il minimo possibile per adempiere la Legge perché il “per lo meno” della Legge si trasforma presto nel “quanto basta” del legalismo.
A noi cresciuti nel “vietato vietare”, a noi che abbiamo deforestato qualsiasi indicazione o norma, salvo poi ritrovarci nella confusione più totale, sembra eccessivo il Maestro. Eppure il male esiste e per vincerlo non basta accontentarsi della Legge esteriore, del penale; occorre andare più indietro, al livello del cuore della persona. A quel livello si decide tutto. E Gesù è esplicito rispetto a situazioni concrete, in cui o la giustizia fa un salto di qualità oppure siamo sopraffatti dal male. “Non uccidere”: il quinto comandamento non significa solo non accoltellare l’altro, ma andare alla radice dell’odio, all’ira, all’ingiuria. Se non si domina questa forza dall’interno, il resto è inevitabile. L’ira non è l’odio. L’ira è rivolta ad una singola persona. L’odio è nei riguardi di un popolo. L’ira è legata alla dimensione irascibile, nasce da una tristezza che sta nell’anima e si genera per riparare ad un torto subito. Non la si può nascondere ed è forse il più semplice tra i vizi da individuare da un punto di vista fisico. Nella sua manifestazione più acuta l’ira è un vizio che non lascia tregua e che distrugge i rapporti umani. L’ira fa perdere la lucidità.
Tra le tante ragioni per cui ringraziare don Giussani c’è un fatto: il cristianesimo non è moralismo e non coincide con alcune regole da osservare, ma dall’affezione che nutriamo per Gesù Cristo. L’incontro con Lui cambia i connotati del vivere e fa comprendere che senza l’amore la giustizia non si compie. Come lucidamente intuito da F. W. Nietzsche, citato esplicitamente da don Giussani (Un uomo nuovo, 1.3.199): “Non mi piace la vostra giustizia fredda e nell’occhio dei vostri giudici riluce sempre per me il boia con la sua spada gelida. Dite: dove si trova la giustizia che è amore e ha occhi per vedere? Inventatemi, dunque, l’amore che porta su di sé non solo tutte le pene, ma anche tutte le colpe” (Così parlò Zarathustra, Adelphi, Milano 1986, p. 80).
