Santo Stefano 2025 (XXV dalla morte di don Stefano Piacentini)
(At 6,8-10.12; 7,54-60; Sal 31; Mt 10,17-22)
San Pietro di Morubio, venerdì 26 dicembre 2025
“E lapidavano Stefano, che pregava e diceva: «Signore Gesù, accogli il mio spirito»”. Fa un certo effetto che all’indomani del Natale, quando ancora si ode il canto degli angeli sopra le campagne di Betlemme, ecco all’orizzonte persecuzione e condanna, lapidazione e morte. Che cosa ha di tanto pericoloso e sovversivo la fede in quel tenero Bambino da suscitare contro i suoi seguaci tanto odio e disprezzo? D’altra parte, il testo di Matteo per bocca di Gesù non è meno inquietante rispetto al destino dei credenti: “Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe”. Emerge chiaro il contrasto tra i cristiani provenienti dal paganesimo e i circoli giudaici. Stefano diventa il simbolo della lotta cristiana contro l’oscurantismo della sinagoga. Cosa impariamo dalla vicenda di S. Stefano? Almeno due cose: che il destino dei cristiani non è esente dal dolore e che le diversità di opinioni se diventano divisioni rallentano la corsa del Vangelo.
Noi, peraltro, siamo qui per ricordare un prete che è scomparso improvvisamente 25 anni fa. Chi era don Stefano? La sua vita è stata “un cortometraggio avvincente e fecondo”, come i suoi tre mesi da curato a San Giuseppe fuori le Mura. Ma la brevità non gli ha impedito di vivere come un cristiano che al pari di S. Stefano aveva gli occhi concentrati su Dio, sull’Assoluto, sul Mistero e al tempo stesso erano aperti sulla realtà. Mi ha colpito che sia i ragazzi che lo hanno incontrato, sia i preti che hanno condiviso il ministero, sia i vescovi che lo hanno guidato dicano tutti la stessa cosa. Don Stefano è stato per tutti “un angelo”, cioè un tramite per Dio, grazie al suo tratto gentile, alla sua attitudine all’ascolto anche nella forma della direzione spirituale, alla sua inesauribile attività di animazione. In particolare, di don Stefano ha colpito la sua attitudine ad una relazione calda e profonda che non si tirava indietro rispetto a nessuno. Non si tirava indietro rispetto ai ragazzi e ai laici che lo cercavano; non si tirava indietro rispetto agli altri preti con i quali aveva, anche se più grandi, rapporti distesi; non si tirava indietro neanche rispetto al confronto con il vescovo di turno, di cui teneva conto per individuare il luogo concreto del suo servizio.
Don Bruno Zuccari, che lo ha ben conosciuto, ha scoperto un foglio nella custodia della pianola di don Stefano, assieme ad altri racconti ed episodi adoperati per la catechesi. Nel riferirsi alla morte, don Stefano scrive: “… ciò che fa problema non è la morte in sé… non vuol dire nemmeno bendarsi gli occhi di fronte alla realtà nuda e cruda, ma innamorarsi strettamente dell’Unico Essenziale per la nostra vita: l’Amore che è Dio, il Tutto, l’Unico Tutto per noi”. C’è quasi un’assonanza con le parole che il racconto degli Atti mette in bocca a santo Stefano nell’atto di morire: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Quel che don Stefano ha cercato con tutto sé stesso continui ad animare e ispirare anche la vita di tutti quelli che lo hanno conosciuto o di quelli che di lui hanno sentito raccontare.
