La via da seguire è la quotidianità

Ingresso don Emanoel ad Azzano e don Michele a Castel d'Azzano

XXXIII per annum 2025 – don Emanoel ad Azzano e don Michele a Castel d’Azzano
(Mal 3,19-20a; Sal 98; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19)
Azzano, sabato 15 novembre e Castel d’Azzano, domenica 16 novembre 2025

Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. A sentir parlare così Gesù si resta interdetti perché sembra essere anche Lui un profeta di sventura, come ce n’erano molti al suo tempo che vaticinavano la fine del mondo da un momento all’altro. In realtà, il Maestro guarda e vede l’oggi alla luce del futuro. Spinge lo sguardo oltre la superficie, scaraventa lo sguardo oltre l’illusione della solidità. Cosa c’era di più solido del Tempio con le sue misure eccezionali e le sue fattezze ricchissime? Profetizzandone la distruzione – che sarebbe avvenuta nel 70 d.C. – è come se volesse affermare che non è il Tempio a reggere la fede, ma è la fedeltà ad attraversare il tempo, bello o cattivo che sia.

Poi il Maestro dichiara solennemente: “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. La fine di un mondo non è ancora la fine del mondo. C’è spazio e tempo per rialzarsi. Infine, aggiunge: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Non si tratta di una esenzione dal dolore o dalle contraddizioni della storia. È il contrario dell’ideologia del successo e della forza. È l’ostinazione di chi non pianta in asso e resta al suo posto, senza colpi di testa e senza ingenue rivoluzioni che lasciano il tempo che trovano. La perseveranza è il contrario della rassegnazione e consiste nel riprendere ogni giorno a lavorare per resistere al disastro del mondo. La via da seguire, dunque, non è il sogno e la fuga, ma la quotidianità. La perseveranza di cui si parla non ha nulla di eroico, ma solo di concreto. Per dirla con Malachia, siamo tra quelli che hanno “timore del nome di Dio” quando facciamo come tanti genitori che si ingegnano di riprendere il corso delle cose, rassicurando i più piccoli. Questo suggerisce anche la parola dell’Apostolo: “guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. Ciò significa evitare di starsene oziosi conducendo una vita vuota che provoca pensieri angosciati o smania di fare chissà che. Al contrario, il lavoro ci dà ritmo, senso, possibilità di promuovere la vita di ciò che è intorno.

Questo l’augurio che sento di rivolgere a d. Michele per Castel D’Azzano e a d. Emanoel per Azzano: “lavorare con tranquillità”. Il che significa darsi da fare perché la comunità cristiana si senta coltivata e se necessario potata, ma sempre con l’obiettivo di “portare frutto. Ci sono due qualità al riguardo che vanno segnalate per un parroco oggi: la testimonianza e la prossimità. La prima dice che il prete è uno che sta in mezzo tra Dio e il mondo, tra la sua Parola e le parole della società, tra la sua fede personale in Dio e la sua dedizione ad una comunità sempre più fluida. Stare in mezzo è esigente, ma è anche la condizione che rende possibile la prossimità cioè la vicinanza che fa del prete non un mestierante del sacro, ma un fratello e all’occorrenza un padre che accompagna, sostiene, incoraggia, specialmente quando la situazione si va complicando. Buon lavoro con tranquillità, caro d. Michele e caro d. Emanoel!

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