Mercoledì della III di Quaresima 2026 (esequie di mons. Lino Ambrosi)
(Dt 4,1-5-9; Sal 147; Mt 5,17-19)
Palazzolo, mercoledì 11 marzo 2026
“In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto”. La letterina ‘iod’ in ebraico è la più piccola di tutto l’alfabeto. Si tratta di un piccolo trattino, quasi invisibile. Con una certa vocalizzazione la leggiamo “i” e serve per indicare qualcosa “è inerente a me”. Così “lev” significa “cuore” e “levì” diventa “cuore mio” e così via. Quando Gesù dice che della legge non passerà un solo “iota” o “iod” vien quasi da commuoversi. Significa che la legge è qualcosa “per me”, va interiorizzata, va vissuta come qualcosa che mi riguarda, non come imposizione esterna e vuota. Anche nella storia di don Lino è dato di intuire quanto importante sia stata per lui la sequela vissuta non più dietro alla Torah ma nella sequela appassionata di Gesù Cristo. Le parole taglienti del Maestro ci aiutano, peraltro, a ritrovare le caratteristiche sorgive della vita cristiana che don Lino ha vissuto nei suoi vari ministeri all’interno della Chiesa scaligera. Tre sono gli elementi della sua esperienza pastorale che vanno evidenziati e che aiutano anche noi a seguirne l’esempio.
Anzitutto, la predicazione, che deve essere essenziale e kerigmatica, non da liberi battitori e non moralistica come è accaduto da una certa epoca in poi. Don Lino più che un brillante oratore è stato un fedele interprete della Scrittura, sempre attento ai risvolti pratici che nascono dall’ascolto docile e intelligente della Parola che salva.
La preghiera, poi, deve essere autentica. Oggi essa è o soltanto personale o soltanto comunitaria, mentre solo nell’equilibrio tra le due esperienze si tiene insieme la spontaneità e la Chiesa. Soltanto una preghiera così, cioè personale e insieme liturgica, sarà in grado di risvegliare la sete di Dio nel cuore della gente. Don Lino ha mostrato nel suo stile celebrativo di essere veramente uno che agiva “in persona Christi capitis”. C’era uno stretto legame con il Signore Gesù del quale era un interprete affidabile e concreto. La sua autorevolezza come pastore nasceva da questo suo vitale rapporto con il Signore per cui quel che faceva era sempre il riverbero di una singolare relazione che gli permetteva di amare Gesù e per questa ragione insieme “pascere le sue pecorelle”.
La povertà, infine, non è solo stare coi poveri, ma è essere poveri. Non basta la giustizia da perseguire se al contempo non siamo capaci di bastare a noi stessi e viceversa. Non basta vivere da poveri se ci si disinteressa della povertà strutturale che produce il mondo. Essere poveri è la premessa per combattere la povertà. Così è stato per don Lino che ha vissuto ed è morto con il suo stile sobrio e disinteressato. Per questa sua testimonianza gli siamo grati e invochiamo ora quella Misericordia di cui è stato un affidabile interprete.
