La porta è una soglia che separa, ma anche unisce

Introduzione calendario liturgico 2025-2026

Diocesi di Verona, Calendario liturgico. Guida liturgico-pastorale per le celebrazioni nell’anno del Signore 2025-2026 promulgato da S. Ecc. mons. Domenico Pompili Vescovo di Verona, Tipse, Vittorio Veneto 2025, pp. 3-4.

Sorelle e Fratelli,

c’è un’azione che facciamo spesso durante la giornata, alla quale solitamente non prestiamo troppa attenzione: attraversare una porta. Spesso sono passaggi ordinari, come quando entriamo e usciamo da casa, dall’ufficio, da un bar o da una palestra. A volte invece sono passaggi che lasciano il segno, come quando entriamo da malati in un ospedale e ne usciamo guariti. Anche le porte delle chiese, per lo più maestose e artisticamente importanti, presentano un senso simbolico profondo. Lo abbiamo sperimentato con intensità nel contesto giubilare.

Nella storia ebraico-cristiana, la porta è luogo che mette in comunicazione l’umano e il divino: Giacobbe comunica con Dio attraverso la «porta del cielo» (Gen 28,17); nel vangelo di Giovanni, Cristo stesso si presenta come porta: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo» (Gv 10,9); nell’Apocalisse, è invece lui stesso che bussa alla nostra porta chiedendo di entrare (Ap 3,20). In tutte queste narrazioni, la porta è una soglia che separa – ma anche unisce – il qui e il là, il dentro e il fuori, il pubblico e il privato, il sacro e il profano, Dio e il mondo.

Come scritto nella lettera pastorale “sul limite”, «la soglia è il punto esatto dove il reale si apre al possibile» (p. 7). Sotto il profilo spirituale, possiamo dire che si tratta di una benedizione: la realtà si intride di possibilità inedite e si rianima, nonostante e forse attraverso le proprie ferite. Così, può accadere che varcare una soglia segni un punto di svolta: una trasformazione di sé durante un pellegrinaggio, una conversione lungo la propria esistenza, magari un nuovo modo di vivere. E un altro modo di morire. Nella Pasqua, infatti, il passaggio dal reale al possibile è l’evento straordinario nel quale l’inevitabile della morte si apre all’imprevedibile della risurrezione.

Nella liturgia facciamo esperienza di tutto questo. Celebrando, l’assemblea si trova sulla soglia tra un mondo di fatiche e di speranze, e l’immensità del Dio che si è fatto uomo e che ancora ci accompagna con il suo Spirito capace di trasformare le possibilità in realtà, di renderci ancora una volta figli e figlie di Dio, fratelli e sorelle tra noi, vite destinate a risorgere.

Prendersi cura della liturgia significa dunque tenere aperta la porta di Cristo e rendere ospitale la soglia delle chiese, vigilando sull’accoglienza del linguaggio, dei gesti e degli spazi rituali. È da qui che passa la novità del possibile, perché possa realizzarsi l’inaudito: l’incontro con Cristo vivente e risorto. «La liturgia ci garantisce la possibilità di tale incontro» (Desiderio Desideravi n.11): l’amore vero sa sempre aspettare sulla soglia di casa.

Non è un caso che nel libro dell’Apocalisse la Gerusalemme celeste si presenti con le porte sempre aperte ai quattro punti cardinali (Ap 21,25). È l’immagine della Chiesa che accoglie, così come dev’essere ogni nostra celebrazione liturgica: una porta spalancata all’incontro con Cristo. Maria, che la tradizione invoca come Porta del Cielo, ci insegna questa disponibilità totale. Nel suo “” all’Annunciazione ha aperto la porta all’Incarnazione; ai piedi della Croce ha tenuto aperto il suo cuore al dolore e alla speranza; nel Cenacolo ha accolto lo Spirito che rinnova ogni liturgia. Affidiamo a lei il nostro desiderio, perché ogni celebrazione sia davvero una soglia ospitale dove il Risorto continua a farsi presente e a trasformare la nostra vita.

O santa Madre del Redentore,
porta dei cieli, stella del mare,
soccorri il tuo popolo
che anela a risorgere.
Tu che, accogliendo il saluto dell’angelo,
nello stupore di tutto il creato,
hai generato il tuo Creatore,
madre sempre vergine,
pietà di noi peccatori.

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