Domenica 16 novembre

La perseveranza è il contrario della rassegnazione

Giornata dei poveri

XXXIII per annum 2025 – Giornata dei poveri
(Mal 3,19-20a; Sal 98; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19)
Erbezzo, domenica 16 novembre 2025

Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. A sentir parlare così Gesù si resta interdetti perché sembra essere anche Lui un profeta di sventura come ce n’erano molti al suo tempo che vaticinavano la fine del mondo da un momento all’altro. In realtà, il Maestro guarda e vede l’oggi alla luce del futuro. Spinge lo sguardo oltre la superficie, scaraventa lo sguardo oltre l’illusione della solidità. Cosa c’era di più solido del Tempio con le sue misure eccezionali e le sue fattezze ricchissime? Eppure profetizzandone la distruzione – che sarebbe avvenuta nel 70 d.C. – è come se volesse affermare che non è il Tempio a reggere la fede, ma è la fedeltà ad attraversare il tempo, bello o cattivo che sia.

Poi il Maestro dichiara solennemente: “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. La fine di un mondo non è ancora la fine del mondo. C’è spazio e tempo per rialzarsi. Infine, aggiunge: “Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Non si tratta di una esenzione dal dolore o dalle contraddizioni della storia. È il contrario dell’ideologia del successo e della forza. È l’ostinazione di chi non pianta in asso e resta al suo posto, senza colpi di testa e senza ingenue rivoluzioni che lasciano il tempo che trovano. La perseveranza è il contrario della rassegnazione e consiste nel riprendere ogni giorno a lavorare per resistere al disastro del mondo. La via da seguire, dunque, non è il sogno e la fuga, ma la quotidianità. La perseveranza di cui si parla non ha nulla di eroico, ma solo di concreto. Per dirla con Malachia, siamo tra quelli che hanno “timore del nome di Dio” quando facciamo come tanti genitori che si ingegnano di riprendere il corso delle cose, rassicurando i più piccoli. Questo suggerisce anche la parola dell’Apostolo: “guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”. Ciò significa evitare di starsene oziosi conducendo una vita vuota che provoca pensieri angosciati o smania di fare chissà che. Al contrario, il lavoro ci dà ritmo, senso, possibilità di promuovere la vita di ciò che è intorno. Vivere vale più delle cose della vita. Si torna dunque all’essenziale. Le relazioni vengono prima degli interessi. Gli altri perciò sono necessari, prima che un problema. Dio è l’ancora di salvezza e non il nostro io. E va cercato nell’oggi. Ciò che conta è fare di qualsiasi prova un’occasione e non una iattura.

Tra i lavori che meglio esprimono la perseveranza rispetto al mondo che va in rovina di sicuro quello dei coltivatori della terra e degli allevatori di animali corrisponde a una necessità. Se non si vuol abbandonare il mondo alla sua deriva occorre che ci sia chi coltiva la terra e il rapporto con gli animali, garantendo alla biodiversità di essere protetta. C’è bisogno dell’uomo e della donna amanti della terra e in essa operosi. Per questo oggi siamo qui ad Erbezzo a ringraziare e a resistere al disastro del mondo con un di più di impegno e di responsabilità. Perché siamo non i padroni, ma gli ospiti di questa Terra, lasciata in eredità a noi… da parte dei nostri figli.

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