Santi Angeli Custodi
(Es 23,20-23a; Sal 90; Mt 18,1-5.10)
Chiesa del Buon Pastore in San Giovanni Lupatoto, venerdì 2 ottobre 2026
“Abbi rispetto della sua presenza, da’ ascolto alla sua voce e non ribellarti a lui”. Le parole dell’Esodo mostrano con naturalezza la percezione di una presenza che non è visibile eppure è così reale da suscitare un assenso o un dissenso. Nella Bibbia, in effetti, gli angeli sono presenze quotidiane, quasi familiari, che rendono il cammino meno incidentato e più orientato. Noi, al contrario, abbiamo un’istintiva diffidenza verso tutto quello che non cade sotto la lente di ingrandimento dei nostri sensi. Ciò nonostante, questa riduzione del reale al visibile soffre oggi – anche nella riflessione scientifica – di un disagio: non è forse il progresso scientifico ciò che supera i dati di fatto e si apre ogni volta ad una nuova scoperta fino ad ora ritenuta indimostrabile? Esiste, dunque, anche a livello razionale un presagio o, se si vuole, una nostalgia per quello che non cade sotto i sensi eppure si avverte come possibile. Al punto che si parla di ‘Angelo necessario’, per dire che non bisogna fermarsi a ciò che si vede e si tocca perché “ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia” (W. Shakespeare). Bisogna, dunque, guardare alla vita con ben altra profondità e levità. E così, grazie agli Angeli “raccogliamo disperatamente il miele del visibile, per custodirlo nel grande alveare d’oro dell’invisibile” (Rilke).
Perché è così necessario custodire l’invisibile? Perché diversamente l’uomo rischia di essere ridotto ad una tessera qualsiasi, ad un numero. Non è forse qui l’origine di quella ‘cultura dello scarto’ per cui ciò che conta è solo quello che si può contare e contabilizzare? Le parole del Maestro suonano a questo punto pertinenti: “Guardate di non disprezzare uno solo di questi piccoli, perché io vi dico che i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. Solo ritrovando l’invisibile saremo in grado di sottrarci alle due forme più diffuse di reazione al mondo sconclusionato di oggi e cioè la rassegnazione e l’aggressività.
Ma che tempo stiamo vivendo? I livelli di ansia, di inquietudine e di distruttività che si registrano ovunque sono la prova di una riduzione della persona che è stata sostituita dall’individuo. Quale la differenza? La dimensione della persona è la relazione, mentre quella dell’individuo è la soddisfazione. Fino a qualche tempo fa i bambini trascorrevano tanto tempo libero insieme sui prati e nei campi. Oggi rischiano l’isolamento da fermi dinanzi al display elettronico. Il che li rende aggressivi o paurosi. Occorre, per contro, ritrovare il senso di una comunità educante e ciascuno ritrovare in sé quella minuscola fiammella capace di emanare una luce straordinaria. La stessa luce brilla naturalmente negli sguardi di bambini che istintivamente vanno alla ricerca di altri sguardi capaci di riconoscerli, ma se questo incontro non avviene, se incontrano solo opacità, distrazione e disinteresse, si volgeranno altrove. La luce lentamente così si spegne, di solito verso i 7 anni, e una volta spenta è difficile trovare l’interruttore in grado di accenderla di nuovo. L’augurio è che questa comunità riprenda ad educare.
