Lunedì 26 gennaio

La gentilezza è prendersi in carico i problemi dell’altro con realismo

Esequie di mons. Giuseppe Rossi in Cattedrale

Memoria dei Santi Timoteo e Tito (Esequie di mons. Giuseppe Rossi)
(2 Tm 1,1-8; Sal 95; Lc 10,1-9)
Cattedrale di Verona, lunedì 26 gennaio 2026

Li inviò a due a due davanti a sé”. Gesù non sequestra i suoi attorno a sé, ma li “invia” perché la sua missione va intesa in senso centrifugo. Il discepolo, infatti, non può accontentarsi di parlare di Cristo soltanto se cercato e interrogato. Deve prendere l’iniziativa e parlarne per primo. Deve suscitare il problema, non accontentarsi di dare la risposta. Mons. Rossi è stato un educatore raffinato, che alternando all’insegnamento la vita pastorale, ha sempre “tirato fuori” dai suoi interlocutori quello che è bello, buono e vero. Come è stato possibile? Osservando scrupolosamente le indicazioni che il Maestro riserva ai suoi discepoli nell’atto di inviarli.

Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi”. La prima cosa è stata la sua gentilezza, cioè la forza che si impone sull’approssimazione e sulla disattenzione. La gentilezza, infatti, è prendersi in carico i problemi dell’altro con realismo. In don Giuseppe la sua eleganza era un tutt’uno con la sua forma speciale di attenzione. Pensate a tutte le persone che vi vengono in mente e che non vi hanno prestato l’attenzione che volevate. Pensate a chi guarda da un’altra parte mentre gli parlate o a cui viene in mente qualcosa che non c’entra niente. C’è nella disattenzione una qualità disgregante e deprimente che risucchia la vitalità e la fiducia in noi stessi. Che ci fa sentire un nulla. Fa salire in superficie tutti i nostri complessi di inferiorità. Don Giuseppe per contro possedeva questa magica qualità che integra e dà vita e questa era la sua chance educativa, anche se poteva sembrare in alcuni casi rivestita di severità.

Non portate borsa, né sacca, né sandali”. La seconda cosa è stata la sua gratuità. Bisogna essere liberi dalle cose e dagli interessi personali se si vuol raggiungere il cuore delle persone. Occorre ritrovare la gratuità nel fare le cose non solo perché questo ci rende credibili, ma anche perché ci fa sentire che esiste un’altra dimensione. Il disinteresse è stato un tratto di una vita all’insegna della sobrietà e di uno stile essenziale e concentrato sulle cose da fare e sugli impegni da assolvere, fino alla domenica mattina quando andava con la sua Yaris a Raldon.

Dite loro: è vicino a voi il regno di Dio”. La terza cosa, infine, è stata la sua libertà rispetto ai risultati. Non è il consenso che fa la verità, anzi spesso accade che la massa si volga altrove. Non per questo dobbiamo diventare lamentosi, polemici, frustrati. La libertà dai risultati è fondamentale per non far dipendere quel che facciamo dal successo mondano. Don Giuseppe era avvertito che molte cose erano cambiate rispetto agli inizi del suo ministero. Ciò nondimeno mai appariva risentito o deluso, ma sempre proiettato in avanti verso qualcosa di ulteriore e di definitivo. L’amore di Dio è stata la sua forza che lo ha reso capace di voler bene, senza mai regredire alla fase infantile in cui tutto è dovuto, ma imparando l’arte di amare che consiste nel diminuire e nel fare un passo indietro perché cresca la vita di tutti.

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