Azione liturgica del Venerdì Santo 2026
(Is 52,13–53,12; Sal 31; Eb 4,14-16; 5,7-9; Gv 18,1–19,42)
Cattedrale di Verona, venerdì 3 aprile 2026
“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. L’evangelista Giovanni fa propria la citazione del profeta Zaccaria (12,10), quasi a conclusione del suo lungo racconto della via crucis di Gesù. Stregati come siamo dal sistema binario oggi imperante, della serie bianco e nero, on e off, siamo portati a ritenere che anche nella vita si è o vincenti o perdenti. Come se la vita fosse, a seconda della fortuna, di qua o di là e non appunto una via crucis, fatta di cadute e di riprese, di vittorie e di sconfitte, di successi e di insuccessi. A questo proposito oggi una domanda non può essere evitata: che ne è dei vinti, degli sconfitti, dei perdenti? Penso a quelli che sono morti per un incidente stradale; quelli che hanno scoperto un brutto male; quelle donne che sono state uccise dal proprio uomo. In antico c’erano gli schiavi che costruivano le piramidi dei faraoni e precipitavano nel vuoto come mosche, senza sollevare alcuna obiezione. Anche nel nostro mondo evoluto esistono “non-persone” che precipitano nel fondo del mare o sono eliminate come effetti collaterali delle bombe intelligenti, come fossero solo dei perdenti. Il Venerdì Santo è il giorno di tutti costoro. Ma a pensarci, è il giorno di tutti noi. Perché anche noi siamo in cammino verso la morte, anche se non ce ne rendiamo conto. Per la verità, mai come in questo ultimo lasso di tempo, funestato da guerra e violenza, arriviamo al Calvario più avvertiti che la croce ci riguarda tutti, senza distinzione.
La croce però non è vuota. Su di essa giace il Maestro, che non vi è mai sceso. Occorre dunque passare dalla croce al Crocifisso, come hanno fatto tutti quelli che nella storia non sono stati schiacciati dal dolore, né si sono accontentati di porre domande in direzione del cielo. Questi umani coraggiosi e umili hanno messo tutto sé stessi per alleviare il dolore, per sconfiggere le ingiustizie, per bonificare il mondo dal male e dal peccato. Penso a san Francesco che fissando gli occhi del Crocifisso di san Damiano trova l’energia per riparare la chiesa. Penso a madre Teresa di Calcutta che sola davanti al Santissimo Sacramento scopre la forza di modificare la situazione concreta di tanti intoccabili. Penso a tanti anonimi samaritani che ogni giorno fanno la differenza e caricano sul proprio giumento qualcuno, raccolto ai lati della strada. La vita “per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta”. Ma c’è bisogno di qualcuno che aspetti appunto.
“Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto”. L’evangelista invita non a vedere con curiosità morbosa, ma a comprendere con profonda partecipazione. E questa – a breve con l’adorazione della Croce – è per noi la fede del Venerdì Santo. Quella di cui poeticamente ha scritto l’ultimo Turoldo, già in balia della sua malattia mortale: “No, credere a Pasqua non è giusta fede / troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera è al venerdì santo / quando Tu non c’eri lassù! / Quando non una eco risponde / al suo alto grido / e a stento il Nulla dà forma / alla Tua assenza” (D.M. Turoldo, Canti ultimi).
