Giovedì 24 settembre

Insegnare religione nel tempo dell’IA

Istituto salesiano San Zeno in Verona

Istituto salesiano San Zeno in Verona, giovedì 24 settembre 2026
INSEGNARE RELIGIONE NEL TEMPO DELL’IA
Incontro con gli insegnanti di religione cattolica

  1. Paure e speranza

Il nostro tempo vive una forte tensione tra le paure e le speranze che ci attraversano ogni giorno. Le cattive politiche si servono delle nostre paure per piegare le nostre speranze e hanno buon gioco nel farlo perché la vita si è fatta molto incerta. Chi insegna religione si trova a contatto con le paure e le speranze di una generazione a cui è stato chiesto troppo sul piano delle prestazioni ed è stato dato troppo poco sul piano del tempo libero, dell’ascolto reale, della presenza relazionale, della spiritualità. L’ora di religione è uno spazio che viene percepito come disponibile: si può raccontare di sé senza essere misurati sulle fragilità che si rivelano. Sappiamo che molte di queste confidenze oggi vanno altrove: vengono affidate a una piattaforma di intelligenza artificiale. Accade spesso di notte, in solitudine, al buio illuminato da uno schermo che pare vivo. Lì sembra che ci sia qualcuno ad ascoltarci davvero; qualcuno che è competente e sa dove orientarci. L’enciclica di papa Leone XIV, Magnifica humanitas, ci chiede di guardare questi linguaggi senza demonizzarli e senza benedirli. E ci toglie anche la via d’uscita più comoda, quella che ripetiamo tutti in modo un po’ ingenuo: tutto dipende dall’uso che se ne fa. Non basta. Non basta perché il linguaggio non aspetta il nostro uso per agire: ci forma mentre lo usiamo. Cambia che cosa ci aspettiamo da una risposta. Cambia quanto tempo siamo disposti ad aspettarla. Cambia che cosa consideriamo una parola ben detta. Dire che tutto dipende dall’uso presuppone qualcuno già formato, libero, che sceglie dall’esterno. Ma i nostri studenti quella persona la stanno diventando adesso. Ed è proprio lì che lo strumento entra.

Che ragazzi e ragazze incontra l’IA? Gli stessi che incontrate voi ogni mattina. Le ragazze e i ragazzi sotto i venticinque anni dichiarano un’infelicità quasi doppia, tra i maschi, e quasi tripla, tra le femmine, rispetto a trent’anni fa. Non è colpa dell’IA, e questo va detto con chiarezza. Ma l’intelligenza artificiale entra in un terreno già preparato e lo aggrava in un punto preciso: il rapporto con il limite. Uno psicopedagogista, Stefano Rossi, ha scritto che per i giovani di oggi non esiste più il tribunale della colpa di cui parlava Freud. Esiste la lama del senso di inadeguatezza. Il senso di colpa riguardava un comportamento sbagliato. Il senso di inadeguatezza riguarda la persona intera: non hai sbagliato, non basti. Certi silenzi, magari in momenti dedicati alla condivisione, non nascono dal non aver nulla da dire, ma dalla paura che quello che si direbbe non sarebbe abbastanza profondo, abbastanza originale. Non è timidezza. È la certezza anticipata di non essere all’altezza, ed è molto più paralizzante della timidezza.

Per chi si chiude nel silenzio, un sistema che risponde in pochi secondi con parole impeccabili finisce per essere una conferma esatta della sua paura. E insieme una scorciatoia per non doverla più affrontare. Perché rischiare una risposta imperfetta, ma sua, se la macchina ne offre una perfetta, ma di nessuno? Il limite, che dovrebbe essere la soglia su cui si costruisce, diventa soltanto la prova del fallimento. E l’intelligenza artificiale offre il modo per non attraversarlo mai.

C’è poi una particolarità del vostro insegnamento che lo rende ancora più esposto: molti dei vostri studenti non hanno scelto di essere lì. Alcuni ci sono per abitudine di famiglia, altri perché l’alternativa non li convinceva di più. Con un pubblico che non ha scelto, la tentazione di affidarsi a contenuti già pronti, rassicuranti, senza spigoli è più forte che altrove. Un testo generato in tre secondi sembra la soluzione più comoda: nessun rischio di annoiare, nessun rischio di essere contestati. Ma un pubblico che non ha scelto è anche il pubblico che più ha bisogno di incontrare una persona vera, non un contenuto neutro; ha bisogno di percepire una comunità e non brandelli di storia.

Prima e oltre la questione dell’uso, si impongono tre elementi di cui aver cura: il senso critico, la creatività e la relazionalità viva.

  1. Il senso critico

Partiamo da una semplice domanda: chi c’è dietro una risposta dell’IA?

L’IA non è un bene comune, anche se lo sembra, perché è il frutto del sapere e del potere di pochi e sfrutta le risorse dei popoli più impoveriti ma anche della terra. Questi strumenti sono progettati, addestrati e gestiti da pochissimi soggetti, da alcune precise grandi aziende che li costruiscono a partire dalla loro esperienza, prospettiva e interessi. Non c’è niente di scandaloso nel fatto che uno strumento nasca da qualcuno. Ogni strumento nasce da qualcuno. Il problema comincia quando lo strumento si presenta come se non nascesse da qualcuno. È esattamente quello che Magnifica humanitas mette a fuoco. I sistemi di intelligenza artificiale si presentano come neutri e proprio per questo rafforzano, senza farsi vedere, le posizioni di chi li ha progettati. L’enciclica aggiunge un’osservazione importante: quando la scelta di chi merita qualcosa viene affidata a un algoritmo, a venir meno non è tanto l’empatia, come si continua a dire. È la responsabilità politica. Nessuno ha deciso, e quindi nessuno risponde. È così che le paure diventano governabili: quando nessuno risponde delle decisioni che le producono.

E c’è un secondo motivo per cui non possiamo chiamarla un bene comune. L’enciclica ricorda una cosa semplice e scomoda: nulla, nel mondo dell’intelligenza artificiale, è immateriale. Ogni risposta che vi appare istantanea viene da server che consumano acqua ed elettricità. Si consuma una incredibile quantità di litri d’acqua. E dietro quelle risposte ci sono persone, spesso giovani e sottopagate, che etichettano i dati e correggono gli errori dei sistemi. Chi insegna che il creato va custodito e che il lavoro va rispettato può dirlo agli studenti con cognizione di causa. Dietro ogni risposta gratuita e istantanea c’è sempre un costo. E qualcuno lo sta pagando al posto loro. Veniamo ora al vostro campo. Perché il senso critico per noi ha un oggetto preciso: il modo in cui un sistema artificiale parla di religione. E qui ricordiamo due ricerche, perché su questo punto conviene avere dei dati piuttosto che delle opinioni.

La prima è di Beth Singler, antropologa delle religioni all’Università di Zurigo, dove co-dirige un’area di ricerca dedicata proprio alle religioni digitali. Singler parte da un’osservazione che dovrebbe interessarci prima di ogni altra: moltissime persone considerano l’intelligenza artificiale neutrale e onnisciente. Non è né l’una né l’altra cosa.

Cominciamo dall’onniscienza, con un esempio che Singler racconta e che è quasi comico. Un’applicazione americana aveva messo online un avatar che simulava un sacerdote, capace di rispondere a domande di catechismo. A un certo punto ha sostenuto che si potesse battezzare validamente anche con una bevanda sportiva al posto dell’acqua. Dopo le proteste gli hanno tolto la tonaca virtuale: l’avatar è diventato un generico assistente, senza più fingersi prete. Dietro la scena buffa c’è però una cosa seria. Un sistema che genera risposte plausibili non distingue tra plausibile e vero. E quando c’è di mezzo la vita delle persone, la differenza non è un dettaglio.

Il neutro non è l’assenza di un punto di vista. È un punto di vista particolare che ha smesso di dichiararsi e proprio per questo diventa la misura di tutti gli altri. Chi parla dal neutro non deve giustificarsi, perché non risulta stare da nessuna parte. Le donne hanno passato decenni a mostrare che dietro l’uomo universale c’era un uomo: con un corpo, una posizione, degli interessi. Un sistema artificiale ha esattamente questa forma. Non dice mai da dove parla. E proprio per questo sembra parlare da nessun luogo.

Singler porta un dato che rende la cosa concreta. Uno dei principali insiemi di testi con cui questi sistemi vengono addestrati è composto per circa il quarantacinque per cento da contenuti in inglese, e per meno dell’uno per cento da contenuti in arabo. Fermiamoci un attimo su questa sproporzione. Vuol dire che quando un nostro studente chiede a un sistema che cosa sia il Ramadan, quella risposta viene quasi tutta da fuori. Da come l’islam è stato raccontato in inglese, non da come si racconta da sé.

E le conseguenze si vedono. Singler cita un esperimento fatto a Stanford. Hanno chiesto a un sistema di raccontare una barzelletta con un prete, un rabbino e un imam che entrano in un bar. Nella barzelletta generata, l’imam portava una bomba. Non è un incidente isolato. Non è un caso che capiti con l’islam. Ciò che chi progetta questi sistemi percepisce come marginale, o addirittura come pericoloso, entra nel sistema già deformato. Molti dati di addestramento vengono da piattaforme dove si discute in toni estremi. Lo stereotipo non viene inventato dalla macchina. Viene raccolto da noi e ci viene restituito con l’autorevolezza di chi sembra non avere una posizione.

La seconda ricerca è più recente. L’ha condotta Ibrahim Aslandur, studioso del Corano e pedagogista religioso, insieme a un matematico, Arif Dönmez. Hanno analizzato in modo sistematico le risposte di un noto sistema alle domande sui concetti centrali dell’islam. Le risposte che mostrano una qualche ambivalenza sono molto rare. A dominare sono le interpretazioni tradizionali (le prospettive femministe e quelle mistiche compaiono soltanto ai margini).

Che cosa sparisce, quando una tradizione religiosa viene riassunta da una macchina? Non spariscono i dogmi, non spariscono le date, non sparisce il catechismo. Sparisce la mistica, sparisce la voce delle donne, spariscono le voci teologiche più originali. Cioè spariscono esattamente le cose che in ogni tradizione religiosa tengono aperta la porta. Il linguaggio di chi ha fatto esperienza di Dio e non riesce a dirla. E il linguaggio di chi ha contestato dall’interno una lettura che sembrava l’unica possibile. Quello che resta è la media. E la media di una tradizione non è il suo centro: è il suo residuo. Il più ripetuto, non il più significativo.

Aggiungiamo un’ultima cosa, presa ancora da Aslandur. Questi sistemi sono costruiti anche per tenere agganciato chi li usa. Tendono a confermare le opinioni di chi fa la domanda e offrono poche prospettive alternative. Mettiamo insieme i due fatti: una tradizione ridotta alla sua versione più ripetuta e un sistema che conferma quello che già pensiamo. Abbiamo la ricetta esatta di una religione identitaria. Una fede che serve a marcare chi è dentro e chi è fuori. Non lo dico per allarmare, ma per richiamare il fatto che questo è tutto il contrario di quello che l’ora di religione è chiamata a fare.

Va detta però anche l’altra metà, altrimenti questa diventa una denuncia comoda, che ci fa sentire dalla parte giusta a costo zero. Singler osserva una cosa che dovremmo prendere sul serio. La soglia psicologica per fare una domanda a un sistema artificiale è spesso più bassa che per farla a un prete, a un imam o, aggiungo, a un’insegnante. Un ragazzo che si vergogna di una domanda la fa alla macchina, perché la macchina non lo conosce e non lo giudica. Questa è un’informazione preziosa su di noi, non su di loro. Dice che c’è una domanda vera che non arriva fino a noi e che trova più facile un’altra strada. Il compito non è chiudere quella strada. È abbassare la nostra, di soglia.

Singler chiude il suo lavoro con un’indicazione che ci viene consegnata come un mandato: qualunque informazione fornita da un sistema artificiale, in ambito religioso come altrove, va verificata fuori dal mondo dell’intelligenza artificiale. Dobbiamo preservare, dice, la capacità di mettere in discussione le informazioni.

Preservare quella capacità, nella vostra materia, non è soltanto educazione ai media. È teologia fondamentale, nel senso più semplice della parola: imparare a chiedersi da dove viene ciò che ci viene detto di Dio e chi ce lo sta dicendo; è rendere ragione della nostra speranza, facendo i conti con la credibilità che viene da una testimonianza e non semplicemente da un’informazione. Il senso critico, dunque, non è sospetto verso la macchina, è la domanda su da dove viene una parola: la sua e anche la nostra.

  1. La creatività: perché la mente non si impigrisca

Se il senso critico riguarda da dove viene una risposta, la creatività riguarda che cosa ne facciamo. Partiamo da un’esperienza comune. Una capacità che non si esercita si indebolisce. Chi usa sempre il navigatore, dopo qualche anno, non sa più orientarsi nella propria città. Con il pensiero accade qualcosa di simile. Una mente che riceve sempre la frase già fatta smette, poco alla volta, di cercarla. Non diventa stupida. Diventa pigra. Si abitua a scegliere tra risposte invece che a formularle. Per questo l’uso a cui dobbiamo abituarci, e abituare, è un uso creativo. E qui c’è subito un’obiezione seria, che voglio affrontare, perché altrimenti sembra un elogio facile del maestro contro la macchina.

L’obiezione è questa: e se io, insegnante, uso l’intelligenza artificiale per preparare la lezione, per trovare un testo, per organizzare un materiale? Sto tradendo qualcosa?

No. Chi insegna e usa questi strumenti sa che possono davvero potenziare la ricerca e alleggerire la preparazione. E qui serve una distinzione pratica, non teorica. Nel vostro lavoro c’è un momento in cui la parola viene prodotta e un momento in cui viene scambiata. La produzione, in certi casi, si può anche delegare, e discuterne senza drammi: una scheda di lavoro, la sintesi di un documento lungo, una traccia di attività. Lo scambio no. Il momento in cui uno studente vi guarda e vi fa una domanda vera non si delega. Se lo fate, non state usando uno strumento in più. State sostituendo voi stessi. Ma anche nella produzione c’è un rischio, ed è più sottile. Se ogni materiale nasce da una risposta già pronta, a poco a poco perdete il contatto con le fonti. E senza quel contatto, la creatività non ha di che nutrirsi.

Per questo la prima forma di creatività che vi propongo è la più semplice e la più antica: leggere i testi, non i loro riassunti. Un salmo intero, non la sua sintesi. Una pagina di Etty Hillesum, di Teresa d’Avila, di un mistico sufi letta per intero e ad alta voce. Il riassunto vi dice di che cosa parla un testo. Solo la lettura diretta vi fa sapere che cosa quel testo fa a voi.

La seconda forma è tenere viva la sensibilità per l’arte e per la poesia. Non come decorazione della lezione, ma come esercizio dello sguardo. Guardare un quadro per cinque minuti, in silenzio, prima di dire qualsiasi cosa. Imparare a memoria un verso. Un verso imparato a memoria è un verso che nessuna macchina potrà dire al posto vostro, perché ormai vi appartiene.

Il Papa, in un passaggio che ci colpisce, usa un’espressione forte: dobbiamo educarci a digiunare dall’intelligenza artificiale. Non rinunciarvi. Digiunarne. Scegliere consapevolmente quando non usarla, come si sceglie di non mangiare non perché il cibo sia cattivo, ma perché il corpo impara a nutrirsi quando non mangia di continuo.

Per noi questo diventa una domanda semplice da portare nella programmazione o nel prossimo confronto tra colleghi. In quale momento di questa lezione scelgo, apposta, di non lasciare che una risposta pronta chiuda la domanda troppo presto?

Un esempio molto concreto, che alcuni colleghi hanno già provato. Un’ora, ogni tanto, dichiarata apertamente senza schermi, di nessun tipo, nemmeno il vostro. Non per nostalgia del gesso e della lavagna. Ma perché anche voi, in quell’ora, sperimentate che cosa vuol dire pensare senza la possibilità di verificare subito. Uno studente impara più da un insegnante che digiuna insieme a lui che da un insegnante che gli spiega soltanto perché dovrebbe farlo.

Ma il digiuno non basta. Un uso creativo dell’intelligenza artificiale è possibile ed è anzi la strada più interessante che abbiamo davanti. Solo che un uso creativo non è mai neutro rispetto a chi lo pratica. Chiede filosofia, per saper interrogare invece che soltanto consultare. Chiede poesia, per saper trasformare una risposta in qualcos’altro, invece di accontentarsene. Chiede arte e spiritualità, per saper restare, dopo la risposta della macchina, in un silenzio che quella risposta non riempie. Sono, non a caso, i linguaggi della vostra materia.

Tre piste possibili

La prima: usiamo l’intelligenza artificiale con sobrietà e come un interlocutore da valutare, non come un oracolo da consultare. Per esempio, ponetele una domanda su un tema che avete già discusso, leggete la risposta insieme alla classe, e chiedete: che cosa manca? Che cosa avreste detto voi, diversamente? È un esercizio filosofico nel senso più antico della parola ed è l’esatto contrario di prendere per buona la prima risposta.

La seconda: usatela per rendere visibile, insieme alla classe, il suo stesso limite. Chiedete a un sistema che cosa sia il digiuno del Ramadan e leggete la risposta ad alta voce. Poi chiedetegli una lettura mistica di quello stesso digiuno e una lettura scritta da una donna. Verificate insieme se arriva e quanto è povera. Avrete rifatto in classe, in dieci minuti, l’esperimento di Aslandur e i vostri studenti avranno visto con i loro occhi che cosa sparisce. Poi andate a cercare insieme la voce che mancava, in una fonte vera: la pagina di una mistica, il testo di una teologa, la testimonianza di una compagna di classe musulmana, se c’è e se lo desidera. Il rischio di cui vi ho parlato diventa così un’esperienza di discernimento condivisa e non solo un pericolo da cui difendersi.

La terza: usate la risposta della macchina come un punto di partenza, non come un punto di arrivo. Ponete una domanda esistenziale, leggete insieme che cosa risponde un sistema e poi chiedete a ciascuno di rispondere di nuovo, a modo suo. Con una poesia, con un disegno, anche solo con il silenzio, se è quello che sentono. La differenza tra le due risposte, quella della macchina e quella loro, sarà spesso la lezione più importante della giornata. La creatività, allora, non è l’originalità a tutti i costi, che è proprio ciò che paralizza i ragazzi che si sentono inadeguati. È il coraggio di una risposta imperfetta, ma propria. Ed è un coraggio che si impara soltanto vedendolo in qualcuno che se ne assume il rischio.

  1. La relazionalità viva: insegnare attraverso i legami

Veniamo al terzo punto, forse il più importante. Perché senso critico e creatività, da soli, possono ancora restare contenuti. La relazionalità viva no. O accade, in quell’aula, o non c’è. Vorrei partire da una distinzione. La differenza decisiva, nel tempo dell’intelligenza artificiale, non è tra passato e futuro. È tra due modi di rapportarsi al futuro. Il primo è la previsione. Il secondo è la promessa. La promessa è la forma che la speranza prende tra due persone.

La previsione è chiusa e non ha destinatario. Calcola che cosa probabilmente accadrà e non chiede a nessuno di rispondere. La promessa invece si rivolge a qualcuno, e proprio rivolgendosi a lui lo costituisce come capace di rispondere. Quando un’insegnante dice a uno studente: «Ne riparliamo la prossima settimana», non sta prevedendo nulla. Gli sta dicendo che la sua domanda conta e che qualcuno la porterà con sé per sette giorni. Un sistema può prevedere egregiamente. Ma non può costituire una libertà. Per questo la prossimità, intesa come disponibilità ad essere interrotti, è la forma di attenzione opposta al giudizio algoritmico. Un algoritmo non si lascia interrompere: esegue. Voi sì.

Dicevamo prima che un pubblico che non ha scelto ha bisogno di una persona vera. Quando in classe raccontate un testo biblico difficile o una storia di fede attraversata dal dubbio, la differenza tra voi e un sistema che genera lo stesso contenuto sta qui. Voi potete essere feriti da quello che dite. Un sistema no.

Vi faccio un esempio, perché altrimenti resta un’idea bella e vuota. Uno studente, dopo una lezione sul male nel mondo, vi chiede se Dio esiste davvero. Un sistema artificiale può darvi, in due secondi, tre risposte filosoficamente corrette. Ma quella domanda, fatta a voi, chiede anche un’altra cosa. Chiede che restiate in silenzio un momento, prima di rispondere. Che si veda che vi ha toccato. Questo nessuna macchina sa farlo, perché non ha nulla da perdere in quella risposta.

C’è un episodio del Vangelo che uso spesso per spiegare questo: i due discepoli di Emmaus. Camminano delusi e uno sconosciuto li raggiunge. Non comincia spiegando. Comincia con una domanda e li lascia raccontare la loro delusione fino in fondo, prima di dire qualsiasi cosa. Gesù, in quel racconto, è il modello esattamente contrario di un sistema artificiale. Non offre la risposta più rapida possibile. Cammina al passo di chi è deluso, prima di parlare. E il riconoscimento, alla fine, non avviene in una spiegazione. Avviene a tavola, in un gesto, con i corpi riuniti. Se un giorno userete quel brano in classe, provate a farlo notare: la fede, in quella pagina, non nasce da una spiegazione più efficiente. Nasce da una presenza che aspetta prima di parlare.

I corpi riuniti. Vorrei fermarmi un momento su questo, perché è la cosa che più facilmente diamo per scontata. Nello scambio in presenza c’è qualcosa di prezioso, anche se spesso non sappiamo dire quanto. Il silenzio che si condivide e che è diverso dal silenzio di chi è solo. Uno sguardo che si abbassa nel momento esatto in cui una domanda tocca qualcosa. Una risata che scioglie una tensione. Una piattaforma raccoglie le parole. Non raccoglie il corpo che le ha dette e che le ha dette proprio lì, davanti a quelle persone. Se un ragazzo scrive a una macchina alle due di notte, non è detto che preferisca la macchina. Spesso è soltanto che la macchina c’era. Il vostro compito non è essere sempre disponibili: nessuno può, e non sarebbe nemmeno giusto. Il compito è essere un punto di contatto affidabile, di giorno, in quell’ora.

E qui serve una precisazione onesta. Voi non siete psicologi e non dovete improvvisarvi tali. Una confidenza che parla di un disagio serio ha bisogno di altri: lo sportello d’ascolto, i colleghi, la famiglia, i servizi del territorio. La cura dei legami comprende anche questo. Non trattenere per sé ciò che ha bisogno di più mani. Accompagnare una richiesta verso chi può rispondervi meglio non è un modo di liberarsene. È il modo più serio di prenderla sul serio.

Che cosa vuol dire, in pratica, insegnare attraverso la cura dei legami, oltre che dei contenuti? Tre gesti soltanto, molto semplici. Ricordare il nome e ricordare la domanda che uno studente ha fatto la settimana prima. Tornare su una cosa detta, anche piccola, così che chi l’ha detta sappia di essere stato ascoltato. E lasciare che la classe parli tra sé, non soltanto con voi. Perché un legame non è solo il filo che va dall’insegnante allo studente. È anche la trama che si forma tra loro e che nessuno strumento individuale può produrre.

C’è un documento della Chiesa italiana, Radicati e costruiti in Cristo (2026) che chiede alle comunità cristiane due cose precise: contesti ospitali di ascolto e una narrazione adulta della fede. Nel tempo dell’intelligenza artificiale, queste due cose diventano il contributo specifico che la vostra ora può dare e che nessun’altra disciplina scolastica è chiamata a dare allo stesso modo.

Un contesto ospitale di ascolto è, molto semplicemente, un’aula in cui una domanda scomoda non riceve subito una risposta chiusa. Una narrazione adulta della fede è un modo di parlare di Dio che non ha paura del dubbio di chi ascolta e non lo liquida con una formula pronta, magari presa in prestito proprio da un sistema artificiale.

Ecco il terzo punto. Insegnare attraverso i legami non significa rinunciare ai contenuti. Significa riconoscere che il contenuto passa attraverso un legame, oppure non passa.

Tre domande da portare via

La questione non è stabilire se la macchina sia più o meno intelligente di noi: le due intelligenze, ammesso che il termine regga, sono già intrecciate nella nostra vita. La questione vera è quale umanità stiamo costruendo. L’IA è un’occasione per guardare chi siamo e che cosa stiamo diventando, per tornare all’essenziale della nostra vita e per orientare tutto ciò che produciamo in modo tale che serva la vita e non la morte.

Per la maggior parte dei nostri studenti, oggi, la fede non è più una lingua che si parla in casa. La incontrano a scuola, come materia, non come un dato già acquisito. Ed è qui che l’intelligenza artificiale può sembrare un’alleata preziosa: aiuta a preparare in fretta, a rispondere subito, a non restare mai senza parole davanti a una domanda difficile. È una tentazione comprensibile. Ma è anche, proprio per questo, la più pericolosa tra quelle di cui vi ho parlato oggi.

Ci lasciamo allora con tre domande, una per ciascuno dei tre punti.

  1. La prima è la domanda del senso critico: chi sparisce? In quella classe chi resta indietro o resta zitto se la discussione si organizza attorno a chi sa esprimersi meglio con l’aiuto di uno strumento, e chi non ha né il tempo né i mezzi per impararlo a casa? E, nella risposta della macchina, quale voce manca?
  2. La seconda è la domanda della creatività: che cosa impara a desiderare quello/a studente/essa usando ogni giorno uno strumento che gli/le toglie l’attesa, l’attrito, il silenzio prima della risposta? Anche quando la domanda riguarda la sua stessa paura?
  3. La terza è la domanda della relazione: chi risponde? Chi si assume la responsabilità di quel giudizio, con un nome e un volto, invece di nascondersi dietro un’impressione che sembra oggettiva? E chi risponde di quello che un sistema dice dell’islam, se nessuno gli ha insegnato a chiedersi da dove viene quella risposta?

Sono domande aperte. Ed è proprio su di esse che si disegna il campo della vita con i suoi due assi: le paure e le speranze.

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