Intervista di Massimo Mamoli in L’Arena di sabato 17 gennaio 2026 pag. 12
«Verona crocevia, il sesto cerchio è la pace
Aziz, Maoz e la staffetta della torcia il segno che un altro mondo è possibile»
Monsignor Pompili, la Tregua Olimpica è un richiamo che indica una convivenza possibile? E l’evento sportivo può creare percorsi che limitano le spinte che stanno esplodendo nel mondo?
L’auspicio della Tregua è stato rilanciato anche durante la visita di papa Francesco per l’Arena di Pace del maggio del 2024. La presenza degli amici Aziz Abu Sarah e Maoz Inon come tedofori nella tappa veronese della torcia olimpica, promossa dal comitato olimpico, dalla diocesi e dall’amministrazione comunale, esprime ulteriormente la figura di Verona città della pace.
In che modo?
La tregua olimpica non fa appello tanto al principio della neutralità dello sport dai conflitti, dalle guerre e, alla fine, dalla politica. Non si tratta di estraneità, di indifferenza o di equidistanza. Durante i Giochi si fermavano le guerre, anche se per un tempo limitato, perché lo sport è una forma radicalmente diversa di contenere le competizioni e di risolvere le contese. Perché sport e guerre non possono stare insieme. Quello sportivo è un linguaggio universale che trascende confini, lingue, razze, nazionalità e religioni. Ha la capacità di unire le persone, di promuovere il dialogo e l’accoglienza reciproca. Stimola l’automiglioramento, allena lo spirito di sacrificio, promuove la lealtà nei rapporti interpersonali. Ci invita a riconoscere i nostri limiti e il valore degli altri.
L’importante è partecipare: qual è il vero significato?
Il senso e l’importanza della partecipazione non sta nel consolare chi perde o nella rassegnazione per una vittoria mancata. Ma nel fatto che – come la intese il suo vero autore, il vescovo anglicano Ethelbert Talbot nel 1908 – dare il meglio di sé, misurarsi, competere e vincere sé stessi, vale più delle gare e dei premi. L’apertura delle Paralimpiadi proprio a Verona sottolinea ancor di più la vocazione inclusiva della nostra città. I Giochi olimpici possono, quindi, essere un tempo e un luogo eccezionale di incontro tra le persone, anche le più diverse e ostili. Ed è possibile perché quello sportivo è un linguaggio universale, che supera i confini e possiede la capacità di unire le persone, favorendo il dialogo e l’accoglienza. È tipico dell’attività sportiva unire e non dividere! Fare ponti e non muri. Anche i cinque anelli intrecciati, simbolo e bandiera dei Giochi Olimpici, rappresentano lo spirito di fratellanza che deve caratterizzare la manifestazione olimpica e la competizione sportiva in generale.
La pace, allora, diventa una questione culturale…
Sì, la pace è una questione culturale, di stili di vita e di qualità delle relazioni. La rassegna dei Poeti sociali e la Scuola di Pace e Nonviolenza sono iniziative che promuovono occasioni di incontro e mostrano contenuti e prassi di pace. L’impegno per una “pace disarmata e disarmante”, come afferma papa Leone, rappresenta la cifra sintetica del magistero sociale e una condizione per la vita della Chiesa, per abitare questo nostro tempo.
Eccellenza, qual è il valore della presenza dei due tedofori, palestinese e israeliano?
Tra le ispirazioni, che stanno dietro ai due tedofori che attraverseranno con la fiamma olimpica Verona, tre meritano attenzione: uno sguardo che sa farsi comunitario, un desiderio che sa meravigliarsi dell’alterità, la valorizzazione degli incontri concreti tra gente dalla storia diversa e ferita. Diventa facile riconoscerle, se ci ricordiamo che lo sport nasce per incanalare le nostre energie aggressive, il nostro bisogno di prevalere, la nostra brama di asservire. Le regole accettate da chi vuole giocare formano alla convivenza: imparare a fare squadra, collaborare, riconoscere che ogni soggetto sta dentro una trama solidale. Ma anche rispettare chi si fronteggia, vincere senza umiliare, perdere senza vergogna né senso di fallimento.
Sant’Agostino definiva la pace “tranquillità dell’ordine”…
Concorrere assumendo regole comuni consente non solo di misurarsi con l’alterità ma di conoscerla. Chi mi sta di fronte diventa interessante, interlocutore in una partita dove ognuno cerca di dare il meglio di sé, qualunque siano le sue condizioni. Lo sport offre l’opportunità di scoprire che tra l’altro da rimuovere e l’altro da possedere esiste una terza via: una differenza inassimilabile che si offre come occasione per fare i conti con il proprio limite e il desiderio di attraversare nuove soglie.
I Giochi di Milano-Cortina 2026 rischiano di essere raccontati solo attraverso le polemiche: i costi, i ritardi, il business, le fatiche per la città?
È comprensibile. Eppure la nostra città ha l’occasione di dire al mondo che i cinque cerchi intrecciati non sono decorazione: sono un progetto di fraternità. Aziz e Maoz, passandosi la torcia, ci ricorderanno che un altro mondo è pensabile. Non salveranno il mondo – nessun gesto da solo può farlo. Ma in un tempo che sembra aver dimenticato la fraternità, loro la testimoniano. E ciò che è testimoniato può diventare, con pazienza e coraggio, contagioso.
Monsignor Pompili, qual è il sesto cerchio?
Il sesto cerchio è quello della fraternità che illumina la pace.
