Martedì della III di Avvento
(Sof 3, 1-2.9-13; Mt 21, 28-32)
Messa con il Capitolo dei Canonici
“Guai alla città ribelle e impura, alla città che opprime!”. Sofonia parla in una situazione degradata dove le grandi città sono state una dopo l’altra rase al suolo dal potente di turno, il re di Ninive. Prima Samaria (701 a.C.), poi Tiro (701 a.C.), quindi Babilonia nel 689 e Tebe nel 663. Stranamente Gerusalemme resisteva, ma il profeta non si illude. E dice che solo un piccolo resto (“il popolo povero e umile”) potrà salvare la città dalla distruzione. Se non si convertono a JHWH sarà subito la fine. Oggi anche le nostre capitali, come Gerusalemme al tempo di Sofonia, si sentono sotto la minaccia di guerre, del terrorismo e persino esposte ad un possibile annientamento atomico. Crescono gli allarmi e le paure; e il “nemico” viene di volta in volta identificato con altre capitali ed altre nazioni. In realtà, il nemico vero cova dentro di noi ed è l’insieme della corruzione, dell’ingiustizia e della violenza che infettano i nostri cuori e scatenano le inimicizie mondiali. Al fondo, tutti vogliono la guerra e non la pace perché crediamo ormai di più nella forza del denaro, del successo e della forza rispetto alla ragione. Per questo il profeta invita a diventare un popolo “umile e povero” perché solo questa scelta lontano dai “signori del mondo” può garantire benessere e futuro.
Nel brano evangelico Gesù sotto mentite spoglie fa la stessa affermazione di fondo, con parole coraggiose e sconcertanti: “In verità, io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio”. A differenza dei giusti, pubblicani e prostitute infatti hanno riconosciuto il Messia. L’obbedienza non è fatta di parole sterili. E la parabola introdotta da una domanda e chiusa da un’altra domanda è stringente. Dobbiamo riconoscere che anche noi diciamo “si” a mezza bocca alle leggi imposte, alle consuetudini, alle pratiche religiose, alla moralità scontata. Ma poi diciamo “no” quando la giustizia diventa più impegnativa della legalità, quando il Vangelo si fa più esigente del culto, quando la coscienza chiede di rompere con certe complicità rispetto alla corruzione della società. Eppure ci sentiamo giusti, sicuri, soddisfatti e in diritto di giudicare tutto e tutti. Soprattutto i figli ribelli, noi che ci sentiamo come i fratelli maggiore. In realtà, sia che siamo figli ossequienti o figli ribelli abbiamo una sola possibilità: credere nella misericordia di Dio, pentirci, convertirci. Questo è il rischio da correre se non vogliamo perpetuare l’ingiustizia del mondo, salvo continuare a fomentarla con la nostra cattiva coscienza.
