Messa Natale in die
(Is 52, 7-10; Sl 98; Eb 1,1-6; Gv 1,1-18)
Cattedrale di Verona, 25 dicembre 2025
“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Occorrerebbe infrangere il muro del suono di un’assuefazione quasi bimillenaria, per poter cogliere in tutta la sua forza dirompente e sconcertante il senso recondito del Natale: “Il Verbo si face carne”. Il prologo di Giovanni non dice “si fece uomo”, ma dice “si fece carne”. A Natale, dunque, scopriamo che nel nostro corpo c’è più spiritualità di quella che sospettiamo. Anzi, il corpo, oltre ad essere la lingua materna di Dio, come nel Salmo: “Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra. Ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi” (139, 15-16); il nostro corpo è – a sua volta – una lingua materna. Con la quale parliamo con Dio e lo ascoltiamo. Ci manca però un’educazione dei sensi che ci insegni a prendercene cura, a coltivarli, ad affinarli, senza scadere peraltro in quel culto narcisistico (ortoressia) della propria immagine che ci allontana dall’Altro e dagli altri. Al dunque, quali sono i sensi da risvegliare? Come nell’invocazione: “Accende lumen sensibus”?
Al primo posto, il tatto grazie al quale il neonato esplora ogni oggetto portandolo alla bocca e alle mani. Così scopriamo che il tatto è il più coinvolgente dei cinque sensi perché non si tocca senza essere toccati. Quindi il gusto: secondo alcuni fu la comparsa della cottura a permettere ai nostri antenati di triplicare la dimensione del cervello. Non è senza significato che sapore e sapere siano termini affini. Viene poi l’olfatto che è un’immensa via di conoscenza, ma è così sottile. Un odore è molto diverso da una immagine: questa parla di un oggetto che è fuori di noi, ma quando l’olfatto segnala un profumo lo abbiamo già addosso. Alla fine della prima settimana il bambino riconosce la mamma dall’odore. Benché volatile l’odore vale più di qualsiasi ricordo, al punto che “un profumo fa tramontare anni interi nel profumo che ricorda” (W. Benjamin). Ancora l’udito: con le nostre orecchie sentiamo i rumori del mondo esterno, il chiasso, le voci, la musica che ci consola. Tuttavia, se ci riferiamo all’ascolto disinteressato dell’altro, sentiamo che c’è un ulteriore livello dell’udito che abbiamo bisogno di sperimentare. Per questo l’ebraismo e il cristianesimo sono religioni dell’ascolto: “Shemà, Israel!” e “Chi ha orecchi ascolti” aggiunge Gesù. Infine, la vista, cioè l’occhio che è un miracolo assoluto che trasforma il mondo in una finestra ed è capace di guardare le cose, ma anche sé stesso. Fino ad intravvedere lo sguardo stesso di Dio, anche se come in uno specchio dice Paolo, cioè in modo ancora confuso (1 Cor 13,12).
Natale è la punta di diamante del cristianesimo e i sensi corporei sono il punto in cui si interseca la storia divina con quella umana. Concretamente nell’istante concreto in cui ci muoviamo. Come nella poesia di Santa Teresa di Lisieux, una mistica che ha conosciuto le fatiche della modernità incredula: “La mia vita è solo un attimo, / un’ora di passaggio. / La mia vita è solo un giorno che svanisce e sfugge. / Oh mio Dio, tu sai che per amarti sulla terra / non ho che l’oggi”.
Introduzione
Il Natale non è “la festa dei bambini”, come si dice talvolta. È una festa impegnativa, per cristiani adulti. Infatti, non è così evidente che Dio sia l’Emmanuele, il Dio-con-noi. Anzi, i fatti sembrano dimostrare il contrario, gridano la lontananza del mondo da Dio e di Dio dal mondo. Ci vuole la professione di fede, in ginocchio davanti al Mistero: “Per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo”. Tutta la vita del credente è una lotta tra la fede e l’incredulità. La fede è insidiata continuamente dal dubbio. È contestata e derisa dai non credenti. Il grido tipico del credente oggi, nella nostra società occidentale post-cristiana, è quello del salmista: “L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? Le lacrime sono il mio pane giorno e notte, mentre mi dicono sempre: Dov’è il tuo Dio?” (Sal 42). Dov’è il tuo Dio? È la domanda sarcastica che sentiamo tutti i giorni, attraverso i media, al lavoro, a scuola, con gli amici e perfino nella nostra propria casa. Dov’è il mio Dio? “Quando Dio vuole cambiare la storia non manda un esercito, manda un bambino”.
