Messa crismale 2026
(Is 61,1-3a.6a.8b-9; Sal 89; Ap 1,5-8; Lc 4,16-21)
Cattedrale di Verona, giovedì 2 aprile 2026
“Gesù venne a Nazaret, dove era cresciuto”. Ritornare a casa ha il suo fascino, ma comporta anche un rischio. Il fascino è immaginare di ritrovare quel che si è lasciato. Il rischio è che le persone non siano più le stesse. Accade proprio questo a Nazaret, al punto che non si accorgono di come è cambiato Gesù, che pure avevano visto crescere. Anche noi spesso commettiamo lo stesso errore: valutiamo il presente in base al passato (!). Mentre occorre “imparare a leggere il presente con gli occhi di domani”. Per questo non basta attendere il futuro. Bisogna andargli incontro. Come abbiamo cercato di fare con responsabilità, con speranza, con profezia nell’iter verso l’Assemblea diocesana del prossimo 16 maggio. Il presente, così diverso da come lo avevamo immaginato in passato, non è la fine, ma un nuovo inizio. Quando “tutto vacilla” – che è molto simile al detto di Eraclito: “Panta rei”, “tutto scorre” – ci sono per fortuna “uomini di Dio”, come i pastori, che vivono nella sequela di Gesù che ha detto: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).
“Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette”. La sequenza dei gesti è solenne e, al tempo stesso, familiare. Gesù prima legge e poi si siede. Stare seduti non è solo un segno di prossimità, ma anche di equilibrio. Gesù è un camminatore, ma sempre in relazione. Non si limita ad annunciare e a compiere segni portentosi, ma “sta con” la gente per aiutarla a discernere e a decidersi. Il ministero pastorale oggi deve essere dinamico e non statico, certamente, ma senza perdere la capacità di “stare con” perché maturino scelte coraggiose. Senza l’abituale capacità di ascolto e di incontro non è possibile guidare od orientare gli altri. Al pastore è richiesta l’autorità: non quella del controllore, ma di colui che “fa crescere”. Far crescere però non è solo ascoltarsi e cogliere i bisogni, ma anche decidersi rispetto a questioni vitali, come la fede che non va mai data per scontata; come la parrocchia da cui non si può prescindere, ma non può restare così come è; come la partecipazione che non è mai una gentile concessione, ma sempre una conseguenza della comune identità battesimale.
“Oggi si è compiuta questa Scrittura”. Ciò che suscita la reazione violenta dei suoi compaesani è la ‘pretesa’ di Gesù di compiere nell’oggi della sua persona quanto letto dal rotolo del profeta Isaia. Finché la fede si limita ad essere un sentimento interiore non c’è nessun problema. Ma quando pretende di entrare nella storia, di chiamare a conversione, subito si alzano le barricate. Senza questa concretezza però Gesù Cristo rischia di essere un’evasione per anime belle. Soltanto quando Cristo si trasforma in liberazione per sé e per gli altri si diffonde un alito di vita. Come detto dal Maestro: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Oggi, dunque. Non ieri, non domani. Oggi, nel corpo di questa santa assemblea che è qui visibilmente radunata, al netto dei suoi limiti. Oggi, mentre il mondo è chiusonei sepolcri dell’odio, ancora si compie la salvezza. E i nostri occhi restano fissi su di Lui.
