Sabato 26 settembre

Esistono domande da abitare

Festa di San Matteo con Guardia di Finanza

Sabato della XXV per annum (Festa di San Matteo con GdF)
(Qo 11,9–12,8; Sal 90; Lc 9,43b-45)
Caserma A. Martini in Verona, sabato 26 settembre 2026

“Godi, o giovane, nella tua giovinezza, e si rallegri il tuo cuore nei giorni della tua gioventù”. Si resta spiazzati nel trovare nel libro del Qoelet, che è il libro più originale e scandaloso del Primo Testamento, un invito così esplicito alla gioia per la giovinezza. Qoelet è un “enigma” già a partire dal suo nome, ma ancor più per quel misto di disincanto, ironia, tristezza che trapelano dalle sue pagine. Segnate da affermazioni divenute proverbiali: “Quel che è stato sarà e quel che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” (1,9). “Tutto è vanità”, “Tutto è fumo e poi niente”. Al punto che ci si è interrogati spesso se ci si trovasse dinanzi ad un ateo. Cosa impossibile per la Bibbia. Dunque, siamo di fronte ad un pensatore libero, originale, stanco delle ripetizioni rassicuranti e desideroso di cogliere l’esistenza umana, in tutte le sue contraddizioni e aspirazioni. Qoelet, così pacato e così tormentato, ci spinge a riflettere su noi, sul rapporto tra giovani e anziani, sulla inconsistenza dell’esistenza e sulla necessità di viverla appieno, traendo spunto da ogni suo particolare. Ci sono tre spunti per noi.

Il primo: “Caccia la malinconia dal tuo cuore, allontana dal tuo corpo il dolore, perché la giovinezza e i capelli neri sono un soffio”. L’emergenza dei figli di oggi è l’ansia da prestazione, il senso di inadeguatezza, la paura di non farcela. Tutti stati d’animo che producono un senso di tristezza che fa percepire la vita più come minaccia che come promessa. Qoelet, pure così scettico, invita a non perdere la stagione più elettrizzante che rischia di essere saltata in nome dell’ansia. Il secondo: “Ricordati del tuo creatore, nei giorni della tua giovinezza, prima che vengano i giorni tristi e giungano gli anni in cui dovrai dire: ‘Non ci provo alcun gusto’”. Qui il confronto appare sconsolato e senza speranza. Per Qoelet, invece, oltre che impossibile la felicità è cieca e non ha senso. È in questa linea che dev’essere interpretato anche l’appello al godimento che qua e là punteggia il libro (2,24-26; 3,12-13.22; 5,17-19; 8,15; 9,7-10; 11,9-12,1). Nell’universo spezzato e senza centro in cui è imprigionato, l’uomo con molto realismo deve saper raccogliere le piccole gioie che Dio vi dissemina. Il terzo: “E il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato. Vanità delle vanità, dice Qoelet, tutto è vanità”. Qoelet vede la storia senza direzione. Però Dio nel cuore umano ha posto anche il senso dell’eterno. Resta aperta la domanda se ci sia o meno un senso. La ricerca contemporanea suggerisce una distinzione fondamentale tra insicurezza passiva e “intranquillità” attiva (Benasayag). Non si tratta di cercare nuove sicurezze, ma di cambiare l’attitudine esistenziale verso l’incertezza. L’intranquillità trasforma la crisi in occasione di crescita, permettendo di abitare i processi nel loro divenire, con tutti gli sbilanciamenti necessari. Non tutti i problemi, insomma, hanno soluzioni immediate; esistono domande da abitare piuttosto che risposte da trovare, il “non sapere” può essere una forma più profonda di conoscenza.

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