San Michele Extra, sabato 31 gennaio 2026
Abbiamo pregato questa sera lasciandoci condurre dalle parole del testo dei vescovi e soprattutto lasciandoci ispirare dalla Scrittura. Abbiamo sostato con la famiglia di Nazaret, abbiamo ascoltato il salmo immaginando che Maria lo cantasse al suo bambino, mentre lo cullava per addormentarlo. E ora, prima di tornare alle nostre case, vorrei che ci portassimo via una domanda e una consapevolezza.
La domanda è quella che i vescovi ci consegnano: come i bambini e le bambine vorrebbero che andassero le cose? È una domanda semplice, quasi ingenua. Eppure, è la domanda più seria che possiamo farci. Perché quando smettiamo di farcela, quando decidiamo noi per loro senza mai preoccuparci di quale mondo stiamo costruendo e lasciando, quando li usiamo per i nostri scopi di mercato, di potere o di orgoglio – perché la violenza si è scatenata in guerre, in devastazione della natura, in forme di accumulo che sacrifica le vite, comprese quelle più piccole – allora non stiamo solo commettendo un’ingiustizia. Stiamo bloccando il Regno. Stiamo mettendo una pietra d’inciampo sulla strada del Vangelo.
Gesù è stato chiarissimo: se non diventerete come bambini, non entrerete. Non ha detto “se non vi occuperete dei bambini” – cosa buona e necessaria – ma qualcosa di più radicale: diventare come loro. Lasciarsi amare prima di aver fatto qualcosa per meritarlo. Riconoscersi dipendenti senza imbarazzo. Dare importanza alle leggi del cuore. Fidarsi.
E poi ha aggiunto quelle parole tremende sullo scandalo, sulla macina da mulino. Parole che non possiamo più ascoltare senza pensare ai bambini sotto le bombe, ai bambini venduti, ai bambini usati come armi o come merce, ai bambini a cui abbiamo tolto la possibilità di fidarsi degli adulti. Gesù dice che sarebbe meglio non nascere piuttosto che fare questo. È un linguaggio durissimo, che ci scuote.
Ma c’è anche un’altra violenza, più sottile, che forse ci riguarda più da vicino. È la violenza di un mondo che non fa più spazio ai piccoli. Che li considera un peso, un limite alla libertà, un ostacolo ai progetti, un impegno inassumibile perché la realtà è troppo cruda. Un mondo in cui nascono sempre meno bambini non perché manchino le risorse, ma perché manca il desiderio di futuro e spesso manca anche la speranza. Don Gabriele ci ha ricordato che i bambini rigenerano i genitori. È vero: ma solo se li lasciamo essere bambini e se li lasciamo fare ciò che è giusto: spostarci dal centro e scompigliarci i piani.
Questa è la conversione a cui siamo chiamati. Non un sentimento, ma un cambiamento di posizione. Smettere di occupare tutto lo spazio. Fare posto. Fidarci a nostra volta di un Dio che ha promesso di stare con noi fino alla fine del mondo. Lasciare che i nostri piani vengano cambiati…
Le nostre comunità cristiane devono ancora crescere in questo. Dobbiamo diventare davvero “casa accogliente” per i piccoli nella disponibilità al cambiamento che le vite chiedono: nelle liturgie, nella catechesi, nell’attenzione alle famiglie, nella cultura che stiamo proponendo, che è spesso una cultura di morte e non di vita. E dobbiamo continuare, con determinazione, a estirpare ogni forma di abuso, in tutte le forme di violenza: fisica, psichica, spirituale e culturale.
Portiamoci a casa, allora, questa consapevolezza: ogni bambino – ogni bambina – che viene al mondo è un “nuovo mondo” che fa capolino in questo, ed è il frutto di un atto di fiducia nel futuro. Ogni vita che accogliamo, proteggiamo, ascoltiamo, promuoviamo è un passo verso il Regno. E ogni volta che un bambino viene ferito – nel corpo, nella fiducia, nella speranza – qualcosa del Vangelo diventa impraticabile.
Dalla bocca dei fanciulli e dei lattanti tu hai tratto una forza, dice il salmo. È una forza strana, fatta di fragilità. Ma è l’unica che regge. È l’unica che salva.
Chiediamo al Signore, in questa Giornata per la vita, di convertirci alla piccolezza. Di imparare dai bambini quello che abbiamo dimenticato. Di non essere mai, in nessun modo, pietra d’inciampo per loro. E chiediamo a Maria, che ha cantato il salmo 8 cullando il Figlio di Dio, di insegnarci la stessa meraviglia.
