Giovedì 29 gennaio

Custodire l’umano nell’era degli specchi digitali

Riflessione sul messaggio di papa Leone XIV per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali

Custodire l’umano nell’era degli specchi digitali
Riflessioni sul messaggio Leone XIV per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali
Casa madre dei missionari Comboniani, giovedì 29 gennaio 2026

Il messaggio di papa Leone XIV per la LX Giornata mondiale delle comunicazioni sociali (24.1.2026) arriva in un momento decisivo e particolarmente delicato anche sul piano geopolitico. In maniera particolarmente significativa, le parole, le narrazioni e le immagini ci raggiungono in modo immediato attraverso gli schermi dei nostri dispositivi e contribuiscono a dare forma al mondo quasi senza che ce ne rendiamo conto. Non è solo una questione tecnologica: sta cambiando il nostro modo di abitare la realtà, sta cambiando il nostro di percepirla. Non si creda che il digitale sia virtuale nel senso di asettico, astratto, immateriale. Il web ha un linguaggio spaziale – sito, home, navigare, finestre, cloud – e ci ritroviamo ad abitare un luogo inedito, governato da leggi che raramente conosciamo e padroneggiamo. Dobbiamo fare in modo che ciò non comporti perdita di contatto con la realtà, sradicamento, allucinazione collettiva. Non è più tempo della previsione: l’intelligenza artificiale è già tra noi, pervasiva e invisibile, capace di simulare volti, voci e spiegazioni in cui il confine tra realtà e finzione risulta pericolosamente sfumato. A partire da queste considerazioni, vorrei delineare tre spunti interpretativi carici di futuro che si ricavano dal testo papale.

  1. L’Intelligenza Artificiale getta una luce sull’Intelligenza Naturale

Il primo spunto è che paradossalmente il più grande valore dell’intelligenza artificiale o aliena, come la chiama qualcuno (Yuval Noah Harari in Nexus. Breve storia delle reti di informazione dall’età della pietra all’IA) consiste nel gettar luce, per contrasto, su quella naturale. Un richiamo così vigoroso alla intelligenza naturale suona ai nostri giorni assai pertinente perché stiamo perdendo il contatto con la realtà. Per questo è urgente “tornare a rivolgere lo sguardo alle cose concrete, modeste e quotidiane. Le sole capaci di starci a cuore e stabilizzare la vita umana. Ormai sono i dati e non più le cose concrete ad influenzare le nostre vite. Non abitiamo più la terra e il cielo, bensì Google Earth e il cloud” (Byung-chul Han). Si va, cioè, sempre di più nella direzione di smaterializzare la realtà. Se prima era la “mano” l’organo del lavoro e dell’azione, oggi è il “dito” l’organo della scelta. L’uomo “senza mani” del futuro ricorrerà solo alle “dita”? Sceglierà invece di agire? La libertà “in punta di dita” si rivela peraltro una illusione. La libera scelta è, a ben vedere, una scelta consumeristica. E alla fine si finisce per essere dei “sorvegliati speciali”. Il confronto, dunque, tra l’intelligenza artificiale e quella naturale ci mette al riparo da alcuni equivoci.

Un equivoco, per cominciare, è pensare alla vita “senza crucci”, come fosse uno smartphone, la cui superficie liscia basta a trasmettere un senso di “resistenza assente”. Sul suo levigatissimo touch screen ogni cosa appare docile e gradevole. L’esperienza autentica, per contro, attesta che esistono resistenze e contraddizioni con cui misurarsi quotidianamente. In particolare, esiste il limite che nessuno vuol vedere.

Un ulteriore equivoco è ritenere l’intelligenza artificiale più performante di quella naturale. In realtà, il pensiero umano è molto più del calcolo e della risoluzione dei problemi. Esso rischiara e illumina il mondo perché ascolta, origlia, tende l’orecchio. Cosicché prima che esso colga il mondo è il mondo a toccarlo, a commuoverlo. L’aspetto emotivo è essenziale per il pensiero umano. La prima immagine di pensiero è la pelle d’oca. L’intelligenza artificiale ahimè non conosce… la pelle d’oca (sic!).

Un altro equivoco è quello di ritenersi capaci di guardare al mondo attraverso lo schermo piatto del tablet che si rivela un diaframma che protegge e immunizza dallo sguardo e dalla voce dell’altro. Noi consumiamo informazioni senza sosta ed esse riducono i contatti fisici. La percezione perde intensità, corpo e volume. Il sentito dire ha inghiottito il mondo. E con esso la disinformazione dilaga.

Resta un ultimo spunto da evidenziare dopo aver dissolto gli equivoci precedenti e cioè: l’intelligenza naturale è una mente finalizzata, ossia dotata di scopi. Il proiettarsi in avanti è un elemento essenziale della intelligenza naturale, che in questo è completamente distinta dalla intelligenza artificiale, che può fare delle previsioni, ma senza avere alcuna nozione del fatto di proiettarsi nel futuro. Da questo punto di vista, l’intelligenza artificiale, che si tratti di ChatGpt o di un qualunque apparato tecnico più semplice – dalla scrittura a una selce affilata – visto che si tratta comunque di capitalizzazione di abilità umane, riceve i propri fini, il proprio significato, la propria ragion d’essere dall’umano. Ed è in questa capacità di conferire dei fini che sta il fondamento della intelligenza naturale. Che non consiste nel calcolare o nel ricordare – funzioni importanti, ma alla portata delle macchine – bensì nel volere, nello sperare e nel temere, come qualunque animale, ma in un mondo tecnico, storico e sociale, in una forma di vita che è soltanto umana.

La sfida umana dell’intelligenza artificiale è sotto gli occhi di tutti. L’IA solleva questioni etiche fondamentali riguardo l’autonomia decisionale delle macchine e la responsabilità delle loro azioni. In particolare, ci si interroga sulla possibilità di definire una “moralità artificiale” nei sistemi AI e sulle implicazioni di macchine che possono agire autonomamente, prendendo decisioni con conseguenze morali. La questione della responsabilità per le azioni di un’AI è cruciale: chi è responsabile se un’AI causa danni o uccide?

  1. Intelligenza artificiale e sapienza del cuore

Leone XIV individua con lucidità i rischi che stiamo correndo: le cosiddette “allucinazioni” – termine tecnico che indica le risposte plausibili ma errate dei sistemi di IA – ma soprattutto l’oligopolio di poche aziende, che costituisce una forza invisibile e potente, capace di orientare sottilmente i comportamenti e persino di riscrivere la storia, compresa quella della Chiesa. L’affidamento acritico all’intelligenza artificiale come “amica onnisciente”, “oracolo di ogni consiglio” logora la nostra capacità di pensare in modo analitico e creativo. Stiamo delegando troppo. E così, mentre crediamo di guadagnare efficienza, rischiamo di perdere ciò che ci rende propriamente umani: la fatica del pensiero, lo sforzo della comprensione, la lentezza necessaria alla riflessione, l’empatia e tutte le emozioni autentiche, non simulate.

Una riflessione sul significato sarebbe dunque opportuna. Ma non sarebbe ancora sufficiente a chiarire del tutto una realtà così complessa e in così veloce evoluzione. Facendo un passo oltre la questione del nome, il percorso del Papa può suggerire anche un’altra traccia di riflessione: quali domande poniamo e ci poniamo quando vogliamo provare a riflettere sull’intelligenza artificiale (e/o su un eventuale silenzio digitale)? Quando pensiamo in termini di intelligenza artificiale, così come di digitale, ci stiamo ponendo di fronte a qualcosa che l’umano ha pensato, desiderato, inventato, messo a punto, corretto, migliorato… e che dunque può narrare qualcosa di questo suo ideatore. L’umano racconta sé mentre inventa qualcosa fuori da sé e mentre si mostra capace e disponibile a lasciarsi trasformare proprio dall’utilizzo delle sue stesse invenzioni (a partire dai primi manufatti preistorici fino a ChatGpt), “l’umano inventa sé stesso nella tecnica, inventando lo strumento” (B. Stiegler, La technique et le temps. I. La faute d’Épiméthée, Fayard, Paris 2018, p. 171). Lo stesso umano racconta qualcosa di sé anche in ciò che sceglie di tacere o in ciò a cui non presta abbastanza attenzione. Se ormai, quando ci apprestiamo a riflettere su queste tematiche, siamo ben attenti a rifuggire una descrizione banalmente dicotomica (bene/male, giusto/sbagliato, buono/cattivo…) che non renderebbe merito a nessun tipo di intelligenza, dovremmo anche evitare di considerarle come se fossero neutre, ancor più se con esse si vuole perseguire un itinerario verso la pace. Dire che non sono né buone né cattive non significa dire che sono indifferenti, come se tutto dovesse dipendere dall’utilizzo singolo dell’umano che le utilizza, qui ed ora. Si tratta forse piuttosto di approcciarsi ad una complessità come termine attivo della e nella formazione dell’umano stesso, un modo di stare al mondo di quell’essere umano che noi siamo. Affermare che esse non sono neutre significa riconoscerne il rapporto formativo e reciproco che hanno con la vita umana e considerarle, come farebbe Bernard Stiegler, la continuazione della vita con altri mezzi rispetto alla vita.

Davanti a questa continuazione della vita con altri mezzi ben venga quel silenzio nel quale, come scriveva Dietrich Bonhoeffer, “è insito un meraviglioso potere di osservazione, di chiarificazione, di concentrazione sulle cose essenziali” (D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa. Lettere dal carcere, San Paolo, Milano 1996, pp. 64-65). Proprio per quanto detto finora, un silenzio che scruti e rifletta, che cerchi di chiarire e che costruisca vie possibili (di pace) non solo è permesso, ma auspicabile. Meno lo sarebbe un silenzio che chiuda gli occhi e si lasci instupidire delegando la sua indipendenza interiore, o almeno il suo desiderio di comprendere, “rinunciando così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano”.

A tal punto, una certa condizione di istupidimento è facilmente sperimentabile da ciascuno, soprattutto perché la maggior parte di noi ignora la maggior parte di ciò che inerisce a questo mondo in continua espansione che riguarda il digitale e l’artificiale (più o meno intelligente). Non ne sappiamo abbastanza e il timore rischia di avere la meglio sulla riflessione, la velocità degli input (che può generare superficialità) rischia di avere la meglio sulla lentezza di un pensiero complesso, e il rumore che distrae sul silenzio che studia e custodisce.

  1. Il web, come la comunicazione, ha bisogno di libertà per non morire

The Web is dead” (!). Con questo titolo categorico in copertina, nell’agosto del 2010 Wired decretava la fine del World Wide Web “aperto”, osservando, due decenni dopo la sua nascita, un declino della navigazione “libera” on line, ormai rimpiazzata da servizi più semplici e funzionali come i social network e le loro applicazioni per il mobile (sull’I-phone4, in vendita dal giugno di quell’anno, all’epoca spadroneggiavano Facebook e Twitter). Secondo Chris Anderson, il popolo della Grande Rete era destinato a rinunciare all’uso più discrezionale dei browsers, finendo con l’essere “imbrigliato” su internet, dentro “piattaforme semichiuse”, veri recinti nella prateria digitale. Certo Wired esagerò stilando il necrologio del web (e dando il benvenuto a lunga vita ad internet), ma aveva presagito quella che sarebbe stata la spartizione del bottino da parte delle Big Tech e la nascita di un oligopolio che oggi preoccupa non poco chi ha a cuore gli equilibri democratici. Un controllo sistematico di internet e dei dati raccolti nella Rete a fini commerciali che è andato di pari passo con le ingerenze dei governi e con il diffondersi incontrollabile di fake news. Un proliferare di disinformazione spesso “pilotato” dall’alto, come dimostra lo scandalo di Cambridge Analytica, per manipolare l’opinione pubblica e gli orientamenti degli elettori. Il potere della tecnologia è sempre “libertario”, ma oggi non più “democratico”. Come dimostra il free speech contro la società aperta a partire da quei “padroni delle nuvole”, cioè di quei capi di aziende multimiliardarie “in giacca e cravatta”, allineati all’inaugurazione della seconda presidenza Trump.

Ci si accorge, alla fine, che la difesa dell’essenza “aperta” del web è ardua, ma fondamentale, non solo per la rivoluzione digitale, ma per la nostra stessa libertà di parola. Da questo punto di vista l’esercizio dell’intelligenza naturale non è solo presidio di libertà, ma anche garanzia di non restare “tra le nuvole” e tornare a toccare terra… con tutti e due i piedi. Questo è quanto una comunicazione della fede deve garantire per tutelare questa scelta di vita e la vita stessa della comunità umana.

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