Domenica 13 settembre

Cos’è il perdono?

Cattedrale di Verona e San Zeno di Montagna

XXIV per annum (A)
(Sir 27,30–28,7 [NV 27,33–28,9]; Rm 14,7-9; Mt 18,21-35)
Cattedrale di Verona e San Zeno di Montagna, domenica 13 settembre 2026

“Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?”. Il ragionamento del Siracide non fa una piega e ci fa comprendere che già nel Primo Testamento si va ben oltre la legge del taglione, codificata dal re babilonese Hammurabi, intorno al 1750 a.C. È falsa quella sensazione per cui solo con Gesù si farebbe strada il perdono. Semmai Gesù radicalizza la prova: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Cioè sempre, in ogni caso. Ma perché a noi risulta così difficile perdonare al punto che coltiviamo per anni la vendetta, da servire magari fredda? Non è difficile intuirne la genesi: l’offesa ricevuta produce il dolore che lentamente si trasforma in risentimento e quindi scoppia nell’odio. Questa sequenza è inevitabile. D’altra parte, il perdono non può essere semplicemente l’effetto del tempo che consuma il rancore come gli affetti. Almeno così sembra suggerire il Siracide: “Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti”. Il perdono non vuol dire mettere una pietra sul passato lasciandolo seppellire dall’oblio e far finta che nulla sia successo, visto che la vita è così breve. Neanche il perdono può essere un cedimento alle nostre ragioni, un gesto di codardia e di quieto vivere. Da dove può nascere questa risposta che intuiamo essere giusta, ma è così distante dal nostro sentire?

Il Maestro si serve di una parabola che mette in scena un tale che ha un grosso debito che gli viene condonato e subito dopo si rivela gretto e meschino quando a sua volta deve perdonare un’inezia al suo fratello. Questa è la prospettiva che dobbiamo acquisire. Ciò che decreta il fallimento del servo perdonato è che non è stato capace di fare altrettanto. Chi strangola per cento denari dopo essere stato liberato da diecimila talenti è il personaggio più tragico del Vangelo – non perché sia malvagio, ma perché non ha capito cosa gli è successo. Qui è il punto. Perdonare non è uno sforzo di volontà, ma è arrendersi a un’evidenza: ciascuno ha da farsi perdonare qualcosa. E così come spera in un’altra possibilità deve concedere all’altro la stessa opportunità. Nella vita matrimoniale, solo per fare un esempio, vien fatto di pensare che senza concedersi la libertà di sbagliare e di essere perdonati è fatale la rottura. Ma anche nelle relazioni macro, quelle tra gli Stati, occorre ritrovare uno sguardo negoziale. Come ieri ha detto papa Leone: «Il dialogo vero esige qualcosa di più della cordialità: obbliga a restare nella conversazione quando emergono interessi contrapposti e quando le decisioni richiedono rinunce concrete» (Discorso ai partecipanti all’incontro “Fratelli tutti: dialogo socio-ambientale Nord-Sud”).

Solo Dio però, cioè il suo sguardo magnanimo e mai rivendicativo, sottrae alla deriva di una vendetta che moltiplica l’ingiustizia e la violenza. E fa crescere, nel contempo, il coraggio e la libertà. Come evoca questa luminosa e verticale Cattedrale che di Dio è la casa. Come ebbe a dire san Zeno in un suo celebre Sermone: “È una costruzione vivente e non ha per tetto che il cielo”.

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