Lunedì 9 febbraio

Correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro

Esequie p. Gianni Sgreva in Cattedrale

Lunedì della V per annum (Esequie p. Gianni Sgreva)
(1 Re 8,1-7.9-13; Sal 132; Mc 6,53-56)
Cattedrale di Verona, lunedì 9 febbraio 2026

Gesù e i suoi discepoli, compiuta la traversata fino a terra, giunsero a Gennèsaret e approdarono”. L’arrivo della barca a Gennesaret è contrario al progetto originale che prevedeva l’arrivo a Betsaida, sulla riva opposta (cfr. Mc 6,45). Si può pensare che il vento contrario abbia costretto i discepoli a modificare la rotta (cfr. Mc 6,48-51) o, più semplicemente, che si tratti di una scelta redazionale dell’evangelista per mostrare – dopo la moltiplicazione dei pani – quel che accade. Accade, dunque, qualcosa di imprevisto, pur sempre all’interno di un cammino che porta Gesù a stretto contatto con la folla. Anche nel piccolo della vita di p. Gianni “del Cuore Addolorato di Maria” c’è stato qualche imprevisto e insieme un incessante pellegrinare per farsi voce del Vangelo. A partire da Caldiero dove era nato. Per poi proseguire dal nostro Paese al Brasile, da Israele al Camerun, da Passo Corese dove ha fondato “l’Oasi della pace” alla Finlandia, fino a fermarsi finalmente a Sezano. Senza dimenticare ovviamente Medjugorje.

Scesi dalla barca, la gente subito lo riconobbe e… cominciarono a portargli sulle barelle i malati”. Anche oggi ci sono “alcuni che vorrebbero un Cristo puramente spirituale, senza carne e senza croce, (mentre) il Vangelo ci invita sempre a correre il rischio dell’incontro con il volto dell’altro, con la sua presenza fisica che interpella, col suo dolore e le sue richieste, con la sua gioia contagiosa in un costante corpo a corpo” (EG, 88). Ci viene facile immaginare che proprio questa “tenerezza” si diffondesse dallo sguardo di Gesù, mentre guariva ciascun malato e mentre, come ha fatto in altri momenti simili, portava nella loro vita la vera rivoluzione che è il perdono dei peccati (cfr Mc 2,5). Questa rivoluzione, però, richiede la capacità di “riconoscerlo” per essere guarito. Forse, anche noi, come ha imparato a fare p. Gianni, possiamo cominciare a riconoscere Gesù nei malati di vario genere, sapendo guardare “con tenerezza” tutte le ferite delle loro anime e dei loro corpi.

E lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati”. Alla folla non basta vedere Gesù, vuole toccarlo. Ma gli basta anche un pezzo di stoffa purché appartenga a Lui. L’uomo di oggi come l’uomo di allora ha bisogno di segni tangibili, di toccare, di odorare, di sperimentare un contatto. Ma – non va dimenticato mai – chi opera la guarigione è unicamente la fede. Il mantello non c’entra nulla. La guarigione accadrebbe anche senza. Ciò che conta è la fede. Senza fede tutto rischia di diventare superstizione e feticismo. Educare alla fede è stato l’assillo di padre Gianni che ha vissuto fino alla fine l’attesa della salvezza che viene soltanto da Dio. Come ho potuto constatare di persona andando ad incontrarlo all’Hospice e trovandolo ormai quasi assente e insieme assorto in preghiera ad invocare Maria, mentre con gli occhi chiusi ripeteva ritmicamente: “prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”.

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