Editrice Queriniana

Comunità di comunità

Una parrocchia sinodale

Prefazione in Ernesto Palafox, Una parrocchia sinodale. Comunità di comunità, Editrice Queriniana, Brescia 2026, pp. 15-18.

Una domanda attraversa silenziosamente molte conversazioni ecclesiali di questi anni, magari formulata a bassa voce per pudore o per prudenza: la parrocchia è ancora una forma sensata di stare insieme nel nome della fede? La domanda è inaggirabile, perché ci rendiamo perfettamente conto che la vita non si raccoglie più all’ombra del campanile e pulsa altrove, non sempre intercettata da coloro che desiderano testimoniare il vangelo. Molte attività si sono riversate in poli attrattivi più ampi rispetto al piccolo territorio di un quartiere, sia per la necessità di mettere insieme le poche energie rimaste, sia il bisogno di uscire da una certa ipoteca della tradizione.

Eppure, secondo la lingua greca il significato di paroikía non richiama una forza accentratrice, ma un polo catalizzatore di passaggi esistenziali ed ecclesiali. Il termine di per sé significa “dimorare presso la casa altrui”, con una certa sfumatura che rimanda a vite forestiere e pellegrine. La parrocchia, in altri termini, non nasce come istituzione del radicamento, ma come comunità del cammino. È stata la territorializzazione medievale a trasformarla in una sorta di presidio geografico.

La domanda iniziale, allora, deve essere riformulata, perché è chiaro che l’attuale configurazione delle parrocchie non risponde più ai bisogni e ai desideri del popolo di Dio, ma è chiaro anche che manca un’alternativa immediatamente praticabile. La nuova formulazione, in ogni caso, dovrà restituire al tema la sua dinamicità, la sua provvisorietà, il suo divenire continuo. Tra l’altro, tutti i concetti che presentano una radice territoriale si sono dovuti trasformare in modo radicale: il quartiere, le città, le appartenenze, perché nuove mobilità, nuove forme di comunicazione, nuove frammentazioni e pluralità hanno modificato tutte le forme di aggregazione umana.

Questo libro assume seriamente la questione, evitando sia difese nostalgiche frettolose sia liquidazioni e proponendo una tesi più esigente: la parrocchia non si può sopprimere, ma non si può nemmeno lasciare così com’è. Deve essere attraversata, abitata diversamente e rivisitata nel segno della sinodalità. Occorre allora uno sforzo di immaginazione, non tanto per salvarla come istituzione, ma per verificare se possa ancora essere, in questo tempo, un luogo in cui la vita può tornare a pulsare. Per immaginare, occorre però lasciar andare, entrare nell’era della rinuncia, «nella dimissione prima della missione»:

Non è forse giunto il momento di dimettersi da tante prerogative culturali che da secoli appartengono alla parrocchia e al parroco, per collocarci effettivamente in un’autentica conversione sinodale? Rinunciare a sapere tutto, a poter fare tutto, a proporre tutto, a spiegare tutto, a fondare tutto… ed entrare nella dinamica autenticamente sinodale dell’ascolto, del discernimento in comunità, della preghiera insieme, dell’esercizio dell’autorità e del potere secondo altri parametri più sinodali (p. 47).

È precisamente ciò che fanno queste pagine. Prima ancora delle strutture, delle procedure e dei documenti, Ernesto Palafox – presbitero e teologo messicano – propone delle figure come, per esempio, la cassa di risonanza o il microcosmo. Non è una scelta retorica ma epistemologica: le immagini e le visioni precedono sempre le riforme. Prima di sapere come riformare una parrocchia occorre avere una percezione viva di cosa essa potrebbe essere; e le percezioni si nutrono di immagini, di esperienze, di corpi in relazione. Non si riforma ciò che non si riesce più a immaginare.

Per immaginare in modo fecondo occorre un contesto vivo: servono voci attente e profetiche, spazi di ascolto, antidoti contro le tentazioni del potere, fantasia. Le immagini hanno sempre un corpo che ha trovato gestazione in un modo sinodale di stare insieme. Le immagini incarnate, inoltre, non galleggiano nell’etere ma risuonano, attecchiscono, generano energie trasformative e così lasciano un segno nella storia. È difficile – anzi, è quasi impossibile – immaginare una riconfigurazione profetica della parrocchia in un contesto spento, sfiduciato, irrigidito nella gestione dell’esistente. La profezia non nasce dal nulla: ha bisogno di essere provocata, innescata, sorpresa da qualcosa che viene da altrove.

Questo “altrove” si incontra anche nell’orizzonte latino-americano dell’autore, che è una delle risorse più preziose che il libro mette a disposizione del lettore italiano. Non è un dettaglio biografico irrilevante: è una finestra su contesti ecclesiali in cui la parrocchia si è trovata trasformata per necessità e per vocazione, dove la sinodalità è stata una pratica di sopravvivenza prima che un programma magisteriale, dove la fedeltà al vangelo ha imparato ad aprire strade attraverso il cammino stesso. In queste pagine si trova una realtà che altrove pare impossibile.

Lasciarsi provocare da questi contesti non significa importarne direttamente le soluzioni, dato che ogni luogo ha la propria storia, le proprie ferite e le proprie risorse. Significa però accettare che il proprio contesto non esaurisca e non sequestri l’orizzonte del possibile.

Leggere questo libro, allora, è un esercizio di dilatazione dello sguardo. È un invito a non rassegnarsi all’evidenza come se fosse un destino necessario e immutabile. Ci viene chiesto di lasciarci interrogare da ciò che altrove è già accaduto e di tornare, con qualche immagine nuova nel cuore, alle nostre parrocchie, con le loro stanchezze, conflitti e resistenze. Le immagini non risolvono problemi, ma aprono spazi. In un tempo in cui gli spazi ecclesiali sembrano più portati a chiudersi, questo è già un dono non piccolo.

condividi su