Lunedì della XIV per annum 2026 (Saf)
(Os 2,16.17b-18.21-22; Mt 9,18-26)
Campofontana, lunedì 6 luglio 2026
“Giunse uno dei capi, gli si prostrò dinanzi e disse: «Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà»”. Non si dice come si chiamasse, ma la si presenta solo come la “figlia” di un uomo importante. Insomma, tutto il suo orgoglio! Forse quella ragazza può aver subito il peso delle troppe attese e premure che quel padre nutriva nei suoi confronti? Di sicuro il suo grave stato di salute spinge a ricercarne le cause all’interno del suo habitat familiare. Di qui l’esigenza di interrogarci noi tutti sul legame tra le diverse generazioni perché la vita, come del resto la fede, si trasmette grazie ad esse e non fuori di esse. Questo oggi significa una riscoperta della paternità, in assenza della quale avanza una generazione di eterni “Peter Pan”, che dei figli più che la cura rappresentano il problema, quando, non addirittura, il dramma. Come sono i vostri genitori, come li avvertite?
“Gesù si alzò e lo seguì con i suoi discepoli”. Il Maestro, saputo della morte della fanciulla, si dirige verso la casa del capo della sinagoga. Con Lui ci sono anche Pietro, Giacomo e Giovanni. Quando arriva, intorno a Lui ci sono solo grida e lamentazioni. Ma Gesù non si lascia condizionare dall’atmosfera cupa e rassegnata. Gesù infrange la legge di purità che non permetteva di toccare la morte, ma è proprio questa relazione che si instaura a capovolgere la morte in vita. Occorre, dunque, toccare per sanare. Ciò che non è toccato non può essere salvato. Perché toccare è essere toccati al tempo stesso. Non si può toccare l’altro senza riverberarne qualcosa. Ciò significa che è meglio il con-tatto coi giovani che non il giudizio su di essi; è preferibile stare vicino agli anziani piuttosto che discutere di allungamento della vecchiaia; è più importante coinvolgersi personalmente che starsene a debita distanza. Il con-tatto, insomma, dimostra che esserci viene prima di qualsiasi fare.
“Arrivato poi nella casa del capo e veduti i flautisti e la folla in agitazione, Gesù disse: «Andate via! La fanciulla infatti non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma dopo che la folla fu cacciata via, egli entrò, le prese la mano e la fanciulla si alzò”. È il contatto con Gesù che salva. Fuori di questo rapporto intimo e quotidiano diventa impossibile credere. Per questo abbiamo bisogno di ‘toccare’ Dio e di lasciarci ancor prima ‘toccare’ da Lui. Con Gesù perfino la morte è trasformata. Se prendiamo sul serio le sue parole rivolte all’indirizzo della fanciulla morta: «Non è morta, ma dorme». C’è una somiglianza tra il sonno e la morte. Nel sonno l’uomo vive, ma perde il contatto con il mondo; non vede, non sente, eppure brandelli della sua vita, ricordi, desideri emergono nei suoi sogni. Questo sonno che sembra morte interrompe il contatto con l’esterno, ma non distrugge la vita. La morte è allora un sogno nel quale Dio si rivela. Come da un sogno ci risvegliamo ad un nuovo giorno, così anche Cristo ci risveglierà per la vita eterna, quando verrà a toccarci per sempre. Vi pare niente?
