Beati voi: la felicità secondo Gesù
Bovolone, venerdì 30 gennaio 2026
Introduzione
Il discorso della montagna, di cui stasera ascolteremo il frammento relativo alle beatitudini, è il primo grande discorso di Gesù. L’ho scelto perché in tutto l’anno liturgico che è appena iniziato sarà proprio l’evangelista Matteo a farci compagnia. Non dobbiamo pensare che il Maestro abbia tenuto questo discorso che copre ben tre capitoli in una sola volta. Dietro di esso c’è un lavoro redazionale molto intenso che risponde a una domanda che serpeggiava nella comunità degli anni ‘80: fino a che punto Gesù fosse stato un rabbino, intento a conservare gelosamente ciò che era stato trasmesso da una storia millenaria oppure fosse invece stato il liberatore da ogni legge. Era lui il nuovo Mosè che annullava o, meglio, superava il Decalogo? In effetti, la Chiesa delle origini era tentata di tornare indietro, accontentandosi di una appartenenza a bassa intensità, centrata sulla pratica liturgica e sui doni carismatici straordinari. Non mordendo più il vissuto, la fede tendeva a degenerare in una ortodossia sterile e in uno spiritualismo disincarnato (7,15.21-23). Matteo prende posizione. Come pastore d’anime deve intervenire. Ne va dell’autenticità della fede cristiana. Anche oggi il rischio nella fede sta nella ricerca di emozioni a buon mercato che isolano in una bolla entusiasta, prendendo le distanze dalla realtà delle cose, dove il cristiano è atteso alla prova. Per evitare questo rischio, occorre praticare il testo biblico. Non è calata la fame della Parola, semmai è calato l’impegno a coltivarla. La Bibbia, del resto, è un testo che richiede rispetto, pazienza, sacrifico e amore. Solo la lectio mette al riparo da una fede superficiale e arrogante, insegnando nel silenzio e nell’ascolto della Parola come resistere all’orrore che ci sovrasta.
- Lectio
Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.
Matteo introduce il lettore ad ascoltare le beatitudini pronunciate da Gesù con una ricca concentrazione di particolari. In primo luogo, viene indicato il luogo nel quale Gesù pronuncia il suo discorso: “Gesù salì sul monte” (5,1). Per tale motivo gli esegeti lo definiscono “discorso della montagna” a differenza di Luca che lo inserisce nel contesto di un luogo pianeggiante (Lc 6,20-26). Un altro particolare che ci colpisce è la posizione fisica con cui Gesù pronunzia le sue parole: “si pose a sedere”. Tale atteggiamento conferisce alla sua persona una nota di autorità mentre legifera. Lo circondano i discepoli e le “folle”: tale particolare intende mostrare che Gesù nel pronunziare tali parole le ha rivolte a tutti e che sono da considerarsi attuabili per ogni ascoltatore. Va notato che il discorso di Gesù non presenta degli atteggiamenti di vita impossibili, né che essi siano diretti a un gruppo di persone speciali o particolari, né mirano a fondare un’etica esclusivamente dall’indirizzo interiore. Le esigenze propositive di Gesù sono concrete, impegnative e decisamente radicali. C’è qualcuno che ha così stigmatizzato il discorso di Gesù: “Per me, è il testo più importante della storia umana. S’indirizza a tutti, credenti e non, e rimane dopo venti secoli, l’unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine in cui è stato gettato l’Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo” (Gilbert Cesbron).
Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: beati”.
Quando esclamiamo “beato te!” vogliamo fare un complimento, non senza un pizzico di invidia. Gesù quando parla della felicità, lo fa a partire da una serie di situazioni concrete, una più paradossale dell’altra. “Felice”, del resto, è termine che viene da lontano, dal greco pshysis che vuol dire natura ed indica ciò che genera. Chi è beato, cioè felice? Colui la cui vita genera, cioè è feconda e non sterile, porta frutto e, soprattutto, sprizza gioia, fuori-esce, cioè fiorisce. Il beato è con-tento, perché nella sua vita tutto si tiene armonicamente. Vediamo allora più da vicino quattro anelli della catena delle beatitudini.
I poveri in spirito
In primo luogo, troviamo l’espressione enigmatica “poveri in spirito” che tanti hanno provato a decifrare. Questa espressione ricorre nei rotoli di Qumran, dove costituisce l’autodefinizione dei devoti. Essi si chiamano anche “i poveri della grazia”, “i poveri della tua redenzione” o semplicemente “i poveri”. I poveri non hanno un’accezione sociologica, ma spirituale. Essi fanno riferimento a chi ha bisogno di altro da sé per essere completo. Insomma, povero è propriamente “chi non si basta” È una povertà materiale e spirituale insieme come nell’esempio di san Francesco d’Assisi, di cui ricorre quest’anno l’VIII centenario della morte (3 ottobre 2026).
I miti
Saltiamo per il momento la seconda beatitudine del Vangelo di Matteo e andiamo dritti alla terza, che è strettamente legata alla prima: «Beati i miti (mansueti), perché avranno in eredità la terra» (5,5). Questa affermazione è praticamente la citazione di un Salmo: «I poveri invece avranno in eredità la terra» (Sal 37,11a). Nella Bibbia greca la parola praeis (al singolare: prays) («mansueti – miti»), che racchiude in sé una ricca carica di tradizione, è la versione del vocabolo ebraico anawim, con il quale venivano definiti i poveri di Dio, di cui abbiamo parlato nel contesto della prima beatitudine. La mitezza non è dabbenaggine né tantomeno ingenuità, ma è gentilezza, attenzione, comprensione. L’uomo mite secondo le beatitudini è colui che, malgrado l’ardore dei suoi sentimenti, rimane duttile e sciolto, non possessivo, internamente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà, imitatore in questo di Dio che opera tutto nel sommo rispetto per l’uomo e muove l’uomo all’obbedienza e all’amore senza mai usargli violenza. La mitezza si oppone così a ogni forma di prepotenza materiale e morale, è vittoria della pace sulla guerra, del dialogo sulla sopraffazione. Il mite è colui che coltiva l’arte dell’attenzione che è ciò che l’altro più gradisce e di cui non può fare a meno per crescere.
Gli operatori di pace
In questo modo abbiamo ormai anticipato la settima beatitudine: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). In un’epoca in cui la guerra viene invocata come fatalità inevitabile, come unica risposta possibile alle tensioni geopolitiche, riscoprire il senso profondo della parola “pace” diventa un atto rivoluzionario. L’etimologia ci riporta al sanscrito pac: fissare, legare, comporre. La pace è innanzitutto un legame, una composizione reciproca, un accordo che tiene insieme ciò che altrimenti si sfalderebbe. Il paradosso del nostro tempo dove tutto si disgrega (le comunità, i dialoghi, il senso) è illudersi che le armi possano ricomporre ciò che abbiamo frantumato. In un mondo che celebra la guerra come realismo e deride la pace come debolezza, forse è tempo di riconoscere che i veri realisti sono proprio questi poeti disarmati. Sono loro che, rifiutando la logica dello scontro inevitabile, continuano a intrecciare fili di dialogo dove altri vedono solo nodi da tagliare con la spada.
I puri di cuore
Rimane ancora il macarismo «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). L’organo con cui si può vedere Dio è il cuore: la mera ragione non basta; perché l’uomo possa arrivare a percepire Dio, le forze della sua esistenza devono agire insieme. La volontà deve essere pura e già prima dev’esserlo il fondo affettivo dell’anima, che indirizza la ragione e la volontà. Cuore indica appunto questo gioco d’insieme delle forze percettive dell’uomo, in cui è in gioco anche il giusto intreccio di corpo e anima, che appartiene alla totalità della creatura chiamata uomo. La fondamentale disposizione affettiva dell’uomo dipende proprio anche da questa unità di anima e corpo e dal presupposto che egli accetti insieme il suo essere corpo e il suo essere spirito; che sottometta il corpo alla disciplina dello spirito, senza però isolare la ragione o la volontà ma, accettando sé stesso da Dio, riconosca e viva anche la corporeità dell’esistenza come ricchezza per lo spirito. Il cuore – la totalità dell’uomo deve essere pura, intimamente aperta e libera perché l’uomo possa vedere Dio.
- Meditatio
Il brano delle beatitudini è importante perché fa comprendere che Gesù ha qualcosa di nuovo da dire, rispetto a ciò che dal punto di vista religioso è già stato detto: «Vi è stato detto, ma io vi dico». Ci sono almeno tre spunti che possono aiutarci ad inquadrare l’insieme delle beatitudini.
Il primo è lo scarto tra l’esibizione e la realtà. Beati sono quelli che non puntano sulle apparenze, che scommettono sul personaggio invece che sulla persona. Il violento, il potente, lo spavaldo, il furbo fanno leva sempre e solo su quello che possono sfoggiare. Invece il beato, ancorché povero, afflitto, mite, indifeso fa leva su quel che è. Oggi la felicità è più rara perché abbiamo scambiato la vita per una serie di prestazioni sempre più performanti, mentre è un’esperienza da vivere tra alti e bassi.
Il secondo è lo scarto tra l’individuo e gli altri. Noi siamo messi per stare al mondo e non all’angolo. Insomma, non si sta bene quando ci isoliamo in campane di vetro, insonorizzate e chiuse lasciando che gli altri vadano alla malora. Pensare che quando sto bene io stanno bene tutti è un colossale equivoco che non ci porta alla felicità. “Siamo nell’epoca delle macchine celibi” (Giaccardi-Magatti). La via di uscita sta nel recuperare ciò che la modernità ha emarginato: il dialogo, il pensiero, lo spirito. Perché la felicità non è celibe (e neanche la libertà).
Infine, il terzo spunto è che esiste una “ricompensa nei cieli”, cioè si dà possibilmente una prospettiva che riscatta anche il non-senso di quaggiù dentro una speranza più grande. Non si spiega la vita solo a partire da qui. Certo, noi non abbiamo altro modo di percepire la realtà che da qui. Ma basta vedere la terra dall’alto per scoprirla come una pallina immersa nel blu. Si dà una dimensione ulteriore di pienezza che fa sentire questa vita come la terra in cui il seme si immerge per rinascere spiga di grano. “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”, dichiarava san Francesco.
- Contemplatio
- Sono povero nel senso che “non mi basto”? E mi apro all’altro?
- Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza, so esercitarmi nell’arte dell’attenzione che consiste nel dare credito e tempo all’altro?
- Rispondo con il male alle piccole malignità o so ritessere di continuo i legami senza abbandonarli al disfacimento?
- So avere uno sguardo puro, cioè privo di secondi fini e di doppi interessi?
