Domenica 15 febbraio

“Andare al cuore” è la strada

70 anni della parrocchia di Perzacco e del centenario della corale “Don Giuseppe Tosi”

VI domenica per annum 2026 (Perzacco, Corale d. Giuseppe Tosi 100 anni)
(Sir 15,16-21; 1 Cor 2,6-10: Mt 5,17-37)
Perzacco, domenica 15 febbraio 2026

Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento”.  Che significa compiere? Non vuol dire che Gesù realizza il compimento della predizione che è stato il Primo Testamento. Né vuol dire che Gesù fa capire quel che gli ebrei non hanno capito, poiché ritenevano la Legge un modo per circoscrivere il male. Vuol dire che Gesù vuol andare al centro, al cuore della Legge. E infatti aggiunge icasticamente: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli”. Il Maestro, insomma, alza l’asticella dell’osservanza: non basta più il minimo possibile per adempiere la Legge perché il “per lo meno” della Legge si trasforma presto nel “quanto basta” del legalismo. In effetti, secondo il Talmud (uno dei testi sacri dell’ebraismo), la Torah contiene 613 precetti. Di questi 248 (il numero delle ossa del corpo umano, secondo la tradizione rabbinica) erano positivi, cioè degli obblighi, e 365 (come i giorni dell’anno) erano negativi, cioè dei divieti. L’intenzione di questa moltiplicazione dei precetti era nobile: regolare la vita secondo i dettami della Parola di Dio. Ma l’effetto era una polverizzazione delle norme che finivano per introdurre un legalismo insopportabile.

A noi che siamo cresciuti nel “vietato vietare”, a noi che abbiamo deforestato qualsiasi indicazione o norma, salvo poi ritrovarci nella confusione più totale, sembrano eccessive le parole del Maestro. Eppure il male esiste e per vincerlo non basta accontentarsi della Legge esteriore, del penale; occorre andare più indietro, al livello del cuore della persona. A quel livello si decide tutto. E Gesù è esplicito rispetto a tre situazioni concrete, in cui o la giustizia fa un salto di qualità oppure siamo sopraffatti dal male. “Non uccidere”: il quinto comandamento non significa solo non accoltellare l’altro, ma andare alla radice dell’odio, all’ira, all’ingiuria. Se non si domina questa forza dall’interno, il resto è inevitabile. “Non desiderare”: l’adulterio sottrae l’amore ad una persona e la ferisce mortalmente, ma anche qui ciò che è decisivo allora è chiudere la strada alla concupiscenza, evitando che si risvegli più dispotica. “Non giurare”: non è in questione soltanto lo spergiuro, ma anche il farsi schermo di Dio per dare forza alla parola perché è priva di sostanza e lede la fiducia.

Andare al cuore” è la strada. Come dire che la battaglia da intraprendere non è fuori, ma dentro ciascuno di noi. La Legge, dunque, non è più un testo lontano, inciso su pietra. È un movimento che attraversa i corpi, le relazioni, le parole quotidiane. La Legge non è stata abolita. È diventata più vicina, più sottile, più esigente. Non sta più sopra le teste, ma dentro i gesti quotidiani che devono ancora accadere. Un po’ come la musica e il canto che sono l’espressione artistica di un connubio tra dentro e fuori, tra voce e respiro che fa vivere la fede al massimo delle sue potenzialità, secondo le parole del grande Agostino: “Chi canta bene, prega due volte”.

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