Lunedì 2 febbraio

Accettare di abitare la propria fragilità

Presentazione di Gesù al Tempio

Presentazione di Gesù al Tempio 2026
(Ml 3,1-4; Eb 2,14-18; Lc 2,22-40)
Chiesa di Santa Croce, lunedì 2 febbraio 2026

Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai”. Così il profeta Malachia descrive il Messia che modella l’umano come il fuoco e deterge come la sostanza che usavano le nostre nonne quando facevano il bucato. Basta, peraltro, guardare a noi stessi per accorgersi di un certo “scoramento”. Si fa strada una sensazione corrosiva che sembra prosciugare lo slancio vitale. Ciò che facciamo è tutto sommato corretto. Però manca quel soffio che renderebbe l’agire veramente vitale. E questo ci rende sbiaditi/e e scontenti/e. È vero, ciò che fa partire nella vita è spesso la convinzione di riuscire laddove gli altri hanno fallito, di poter fare meglio di chi è venuto prima. Questo input positivo però non dura all’infinito e giunge sempre il momento in cui sembra di doversi arrendere alla realtà. La sensazione di un certo fallimento è però decisiva perché costringe a ripensarsi e a purificarsi. È la grazia di chi non ha più nulla da difendere e quindi può finalmente aprirsi. Di chi ha attraversato abbastanza fallimenti da non giudicare più troppo severamente. Di chi sa, per esperienza vissuta, che cosa resta quando tutto il resto se ne va. Ecco cosa la vita consacrata può essere oggi, se accetta di abitare la propria fragilità senza difendersi.

Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova”. Seguire Cristo “più da vicino”, come si fa nella vita consacrata, coincide con questa accettazione del limite che non ci deforma, ma ci fa autentici e ci rende umani. Saper riconoscere la vita che nasce: questo è il dono e il compito della vita consacrata. Questo è, forse, il senso nascosto di questo tempo che sembra solo di diminuzione. E che invita a qualcosa di inatteso: immaginare il nuovo. Non inventarlo dal nulla, come se il passato non contasse. Ma nemmeno ripeterlo, come se bastasse restaurare ciò che è stato. Perché la vita è sempre incompiuta.  E si rafforza nello scambio tra le generazioni.

Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui”. La scena evangelica è segnata dall’incontro di un bambino, portato in braccio da Maria e Giuseppe e da Simeone e Anna. Il risultato è che le generazioni si rafforzano a vicenda. Il bambino si comprende a partire dalle attese dei due vegliardi e questi sono rinvigoriti dal contatto con Gesù che ne costituisce l’attesa e il compimento. Questo è l’augurio per la vita consacrata oggi: non rimpianto o paura, ma vitalità e gioia. A scuola, tra le corsie d’ospedale, tra gli immigrati come tra i fanciulli. E dove c’è vita, c’è Dio. Senza dimenticare le parole del poeta Gibran che sembrano perfette per descrivere la bellezza e la libertà dei consacrati/e: “I tuoi figli non sono figli tuoi. Sono i figli e le figlie della vita stessa. Tu li metti al mondo ma non li crei. Sono vicini a te ma non sono cosa tua. Puoi dar loro tutto il tuo amore, non le tue idee. Perché essi hanno le proprie idee. Puoi dare dimora al loro corpo, non alla loro anima. Perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che tu non puoi visitare, neppure in sogno”.

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