1° maggio

Superare la logica da “Impero del denaro”

San Giuseppe e Festa del Lavoro

Venerdì 1° maggio 2026, memoria liturgica di san Giuseppe lavoratore 2026 e Festa del Lavoro, il vescovo Domenico Pompili ha offerto una sua riflessione.

Partendo dal racconto biblico della creazione, con la sua conclusione particolare, ha specificato: “Il settimo giorno dà senso a tutto il lavoro e diventa una pausa per comprendere la bellezza di quanto compiuto. A noi è chiesto di fare altrettanto, provando a decifrare che cosa oggi rischia di diventare il lavoro. Il lavoro, infatti, non solo sta scomparendo, ma pure ridefinendosi in forme che poco hanno a che fare con la creatività, la libertà e la vitalità, mentre sembrano avvicinarsi di più a serialità, a costrizione e a morte“.

Invitando a un’interpretazione diversa della situazione ha aggiunto: “Tutti sappiamo che il lavoro umano si intreccia sempre con la pace e con la guerra. Non si sbaglia nel ritenere che Verona abbia consolidato la sua industria alimentare di oggi grazie all’essere stata all’inizio del Novecento il luogo di vettovagliamento dei soldati al fronte! Non è, dunque, una novità nella storia dell’umanità. Ma tra l’azione collettiva per la pace e quella per la guerra c’è una differenza fondamentale: una guerra distrugge le vite umane, il benessere di interi Paesi, danneggia l’ambiente, invece l’economia nei tempi di pace contribuisce allo sviluppo dei popoli. Stiamo, infatti, vivendo una stagione storica dell’Europa e del mondo in cui molti si stanno esercitando nel “mestiere della guerra”, coinvolgendo anche le attività industriali e informatiche. Ci stiamo abituando alla logica del riarmo e della deterrenza come fosse una cosa ovvia, inevitabile e magari si sta già pensando a quelli che potranno essere i vantaggi della eventuale prossima ricostruzione, in Ucraina, a Gaza o altrove. Ma come è possibile pianificare di distruggere e poi di ricostruire, con al seguito migliaia e migliaia di vittime? Il lavoro oggi rischia di essere al servizio di obiettivi bellici, investendo ingenti risorse economiche, sottratte ad altre finalità, come ha ricordato papa Leone XIV, a  proposito delle spese militari hanno raggiunto il 2,5% del PIL mondiale”.

Guardando a san Giuseppe sottolinea che nel Vangelo, anche con un pizzico di ironia da parte dei suoi compaesani, “viene definito con il termine greco téktōn (Mt 13,55), comunemente tradotto con ‘falegname’. Ma il termine ha un’accezione più ampia: indica un artigiano del legno e della pietra, un costruttore capace di lavorare materiali duri, con competenza tecnica e fatica fisica. Il lavoro è partecipazione all’opera creatrice di Dio e il lavoro di Giuseppe esprime anche fedeltà quotidiana in rapporto alla vita di Maria e alla crescita di Gesù”.

Infine, un’indicazione: “Dobbiamo augurarci che si torni a questa evidenza etica che fa del lavoro ciò che trasfigura e non ciò che sfigura il mondo. Solo così potremo superare quella logica da ‘Impero del denaro’ che è dietro alle allucinanti scelte delle nostre democrazie che si illudono di combattere guerre che mai si vinceranno, mentre continueranno a seminare solo morte e distruzione.

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