Coltivare l’arte dell’attenzione
Domenico Pompili, Sul limite (p. 25-29)
La trasformazione del limite in soglia non è spontanea: occorre un lavoro attento perché accada in modo fecondo e non precario. In questi giorni in cui le notizie ci raggiungono cariche di violenza – guerre che divampano, mani che grondano sangue, città che bruciano, volti che si chiudono nell’odio – sembriamo testimoni di un mondo alla deriva dopo aver fatto naufragio. La violenza nasce sempre quando il limite viene rifiutato e si pretende di vivere nell’illimitato, e l’ego domina il mondo come se fosse suo. Non è un esito casuale. La violenza è illimitata per natura. Si espande come un incendio in un momento di siccità, travolge gli argini come un fiume in piena, umilia, devasta e uccide qualunque vita le si pari davanti. Non conosce misura. Non ha freni efficaci nel mondo ordinario, né dentro la psiche umana né fuori di noi. Anzi, tende a ricaricarsi raccogliendo tutta la rabbia del mondo.
La violenza, sia detto per inciso, non viene mai dal nulla. Nasce da un io che si crede onnipotente e che nega i limiti della realtà. Così facendo, entra nel regno dell’immaginario, dell’irreale, del sogno, e si permette di annientare le alterità incontrate. È la stessa dinamica che vediamo in chi, nella propria casa, pretende che tutto ruoti intorno ai propri umori, nel professionista che non sopporta critiche perché intaccano la sua immagine perfetta, nel genitore che vive i figli come prolungamento narcisistico di sé.
L’antidoto a questa violenza illimitata non è una forza contraria di contenimento, non è un argine che opponiamo alla furia. È qualcosa di infinito che è in noi e che opera uno spostamento miracoloso: l’attenzione. L’attenzione è come il ritorno alla riva, il riconoscimento che esiste una soglia da rispettare tra noi e il mondo, tra noi e l’altro.
L’attenzione scioglie la dinamica violenta. È come un’inversione di marcia dell’anima e della storia. È una forma di preghiera che non chiede nulla per sé: non pretende di cambiare il mondo secondo i propri desideri, si fa presente alla realtà così com’è, con le sue ferite e le sue domande, con i suoi bisogni e le sue contraddizioni. È lo sguardo che sa fermarsi sulla soglia, che non pretende di possedere ma sa contemplare. Questo sguardo accoglie la semplice presenza delle cose, perché le ama nella loro irriducibile alterità e ne accetta la resistenza e il mistero; riconosce l’altro nel suo volto autentico e il proprio dolore nella sua verità, senza la necessità di alterarne la natura. È l’arte di sostare sulla soglia senza violentarla. Questa sapienza ha conseguenze profonde per come educhiamo e come ci educhiamo. Viviamo in un mondo che ha paura del limite perché lo confonde con la morte e con la disperazione. Ma il limite è vita. È la forma che permette all’essere di esistere e di elaborare il dolore. Senza limite non c’è bellezza, non c’è riconoscimento, non c’è amore possibile.
L’attenzione ci insegna inoltre che la preghiera più alta non è quella che chiede miracoli, ma quella che impara a vedere i miracoli che già ci sono: il fatto che esista qualcosa piuttosto che nulla, che un fiore cresca dalla terra, che un bambino sorrida, che sia possibile perdonare e ricominciare. L’attenzione è la forma di amore più radicale perché ama senza dominare, guarda senza giudicare, riceve e dona senza pretendere. Questo è ciò di cui abbiamo più bisogno oggi: imparare di nuovo l’arte dell’attenzione. Non l’attenzione frenetica dello schermo che tutto consuma e tutto dimentica, ma l’attenzione contemplativa che sa sostare, che sa aspettare, che sa riconoscere nel limite non un nemico da abbattere ma un maestro da onorare. Nel frammento del mondo si nasconde spesso l’universo.
