Davanti all’Arena alla fine della “Via Crucis – Chiamata alla pace”
Piazza Bra in Verona, venerdì 3 aprile 2026
In questa meravigliosa Arena – all’esterno certo, ma solo per quest’anno “olimpionico” – abbiamo rivissuto la Via Crucis, come l’ennesima “Chiamata alla pace”. Gli ultimi quattro anni ci hanno abituato a rassegnarci a palesi responsabilità di quanti compiono efferate crudeltà, puntualmente lasciate impunite. Il pericolo che corriamo è il passaggio dal diffuso senso di impotenza a un più pericoloso senso di indifferenza, fino a spostare l’attenzione altrove. Mai come in questo tempo “chiamare alla pace” è diventato urgente, per non cedere alla tentazione di smettere di essere umani. E per capire finalmente perché «la guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando» (Leone XIV, Discorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, 9 gennaio 2026). Il punto da esplorare è quanto sia adeguata questa scelta di ritorno alla forza e a chi giovi, soprattutto in una prospettiva a medio e lungo termine, chiedendosi anche come costruire alternative possibili.
In cerca di alternative a questo tragico stato di cose, stasera ci siamo lasciati ispirare da Francesco di Assisi, il quale, a suo tempo, è stato letteralmente capovolto nel suo approccio alla realtà dalla contemplazione del Crocifisso di San Damiano. La Via Crucis che mette al centro il corpo martoriato dell’umanità, aiuta a tener viva l’arte della pace. Per questo Francesco di Assisi è un segno potente per tutti, credenti e non credenti, in una fase della storia dove le voci della pace ci sono, e non sono poche: ma sono fragili e inascoltate. Parlare di pace significa, infatti, parlare anche di giustizia, ma viviamo un contesto dove le polarizzazioni non prevedono dialogo, margine di approfondimento, di ragionevolezza. Eppure, la vita di san Francesco a proposito di pace appare “così avanti, così opportuna, così innovativa”. Quanto fatto da Francesco d’Assisi – va detto per onestà – possiamo e dobbiamo farlo anche noi con gesti di rottura benefica, come criticare apertamente e coraggiosamente ogni potere che vende e sacrifica le vite; come condividere il lamento altrui come se riguardasse la nostra stessa esistenza; come dare retta ai sogni che vengono da un immaginario del mondo differente, nel nome della pace e della giustizia; come assumere le domande di speranza anche quando ci sembrano assurde. Con questi gesti di interruzione noi non risolviamo tutto e non riordiniamo il mondo caduto nel caos più tragico, ma qualcosa di buono accade. Accade che l’altro, come nel caso del Sultano per Francesco, finisca per essere ritenuto come un fratello. Diversamente si attuano le tragiche parole di Primo Levi, poste come premessa in prosa di Se questo è un uomo: “A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che ‘ogni straniero è nemico’. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi, come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il lager”.
