Venerdì 20 febbraio

Lectio giovani

Chiesa di Cristo Risorto in Bussolengo

Chiesa di Cristo Risorto in Bussolengo, venerdì 20 marzo 2026
Il Salmo 51 (50): Miserere

Introduzione

Ho scelto in vista della Pasqua il Salmo 50 (51), a motivo del particolare momento storico che stiamo vivendo. Non c’è solo la guerra in Medio Oriente e in Ucraina. Siamo ovunque assediati dalla violenza, turbati dal male, inseguiti dalla morte. Ora non si può negare un fatto: c’è un nesso inscindibile tra la pace sociale e politica e la conversione del cuore. Non ci può essere una stabile pace senza una conversione del cuore. Come pure non c’è conversione del cuore senza che ci sia una risonanza nella vita sociale e politica. Il Miserere è la preghiera dell’uomo di sempre, appartiene alla storia dell’umanità, non solo alla storia dell’Oriente ebraico e della civiltà occidentale cristiana. Meditandolo noi entriamo nel cuore dell’uomo e nel cuore della storia dell’umanità. Charles de Foucauld ha scritto una preghiera a proposito del salmo che stiamo per pregare. Facciamola nostra nel silenzio: “Grazie, mio Dio, per averci dato questa divina preghiera del Miserere. Questo Miserere che è la nostra preghiera quotidiana. Diciamo spesso questo salmo, facciamone spesso la nostra preghiera; esso racchiude il compendio di ogni nostra preghiera: adorazione, amore, offerta, ringraziamento, pentimento, domanda. Esso parte dalla considerazione di noi stessi e dalla vista dei nostri peccati e sale fino alla contemplazione di Dio, passando attraverso il prossimo e pregando per la conversione di tutti gli uomini”.

Lectio

Il Salmo 50 (51) ha un titolo che recita così: “Al maestro del coro. Salmo. Di Davide. Quando il profeta Natan andò da lui, che era andato con Betsabea. Non è importante sapere se questo salmo sia stato davvero composto da Davide. Di sicuro è a Davide e al suo peccato che si riferisce. La storia è ben nota. Davide è un uomo leale, fedele fino alla morte agli amici, capace di rispettare i giuramenti. Il capitolo 11 del Secondo libro di Samuele (vv. 1-27) narra però la storia di un processo nel quale, attraverso piccole circostanze insignificanti, l’eroe Davide diventa sleale, infedele, traditore. Se qualcuno avesse detto, nel giorno in cui era andato a passeggiare sulla terrazza: “Guarda che ucciderai il tuo migliore amico, l’uomo che ti è fedele più di ogni altro”, avrebbe certamente replicato: “Impossibile!”. E invece a partire da uno sguardo curioso verso una donna piacente commette l’imprudenza di chiamare Betsabea che è la moglie di Uria, l’Ittita. Davide è convinto che questo fuori programma è solo un capriccio. In fondo – pensa tra sé – che male c’è?  E invece la negligenza delle circostanze lo porta a perdere il controllo della situazione, fino a fare cose che mai avrebbe pensato. Per cominciare, dopo poco, Betsabea gli fa sapere che aspetta un bambino. Anche in quel momento il re pensa di riuscire a cavarsela. Chiama Uria che è al fronte e gli dice di tornare dalla guerra. Lo invita a corte e poi lo spedisce a casa da Betsabea perché possa coricarsi con lei. Ma Uria è un soldato rigoroso e non va a dormire a casa sua. Neanche quando il re lo fa ubriacare, sperando che finisca fra le braccia di Betsabea. La storia comincia a complicarsi e il re, pur di salvare la sua onorabilità e la reputazione della donna, scrive a Ioab perché collochi Uria dove ferve la mischia e muoia. E così accade. Alla notizia della morte di Uria, Davide ipocritamente dirà al messaggero che gli reca la notizia: “Riferirai a Ioab: «Non sia male ai tuoi occhi questo fatto, perché la spada divora ora in un modo ora in un altro; rinforza la tua battaglia contro la città e distruggila». E tu stesso fagli coraggio”. Il re Davide si è convinto di trovarsi dinanzi ad un vicolo cieco e non gli sia dato di agire diversamente. Quando il profeta Natan però entra in scena il peccato viene s-velato, grazie allo stratagemma di una piccola parabola. Ecco il racconto intrigante e fine, dal punto di vista della psicologia dell’animo umano:

Il Signore mandò il profeta Natan a Davide, e Natan andò da lui e gli disse: «Due uomini erano nella stessa città, uno ricco e l’altro povero. Il ricco aveva bestiame minuto e grosso in gran numero, mentre il povero non aveva nulla, se non una sola pecorella piccina, che egli aveva comprato. Essa era vissuta e cresciuta insieme con lui e con i figli, mangiando del suo pane, bevendo alla sua coppa e dormendo sul suo seno. Era per lui come una figlia. Un viandante arrivò dall’uomo ricco e questi, evitando di prendere dal suo bestiame minuto e grosso quanto era da servire al viaggiatore che era venuto da lui, prese la pecorella di quell’uomo povero e la servì all’uomo che era venuto da lui». Davide si adirò contro quell’uomo e disse a Natan: «Per la vita del Signore, chi ha fatto questo è degno di morte. Pagherà quattro volte il valore della pecora, per aver fatto una tal cosa e non averla evitata». Allora Natan disse a Davide: «Tu sei quell’uomo!» (2 Sam 12,1-7a).

L’affondo di Natan, a nome di Dio, è la scintilla da cui si spigiona l’incendio nel cuore di Davide. Il re si scioglie nella preghiera e chiede perdono, ormai scoperto nella sua doppiezza e avvertito del suo peccato. Non è, dunque, una iniziativa spontanea, né un prodotto diretto del senso di colpa: è risposta a una Parola che è già venuta nel mondo a instaurare una misericordia sempre e per sempre offerta. Il pentimento non è un monologo sentimentale tra sé e sé. È il Signore che smaschera Davide, perfino a sé stesso. Proprio perché è in grado di vedere ogni segreto con il suo occhio penetrante, Dio non viene per condannare – come spesso si teme – ma per liberare l’uomo dalla sua ipocrisia. La luce che squarcia il buio non è la luce del tribunale: è la luce dell’amore, che invece di annientare suscita la vita. Dio viene a far vedere. E far vedere – anche quando fa male – è un atto d’amore.

Meditatio

Ora possiamo leggere il Salmo 51 con occhi diversi. Non è il monologo di un’anima che si batte il petto da sola nel buio. È la risposta del penitente per eccellenza – il re Davide – alla parola del profeta Natan: «Tu sei quell’uomo» (2Sam 12,7a). Sei quell’uomo che ha sedotto Betsabea, moglie di Uria, che è rimasta incinta. Sei quell’uomo che ha tentato di coprire l’adulterio senza riuscirci. Sei quell’uomo che ha fatto in modo che Uria morisse in battaglia. Sei quell’uomo che ha sposato Betsabea come se nulla fosse. Una sequenza di peccati l’uno sopra l’altro: adulterio, inganno, omicidio, indifferenza. Il Miserere è la confessione che risponde a Dio in questa storia. Sì, sono io quell’uomo, il potente che si è creduto al di sopra della legge, impunito. Il Salmo presenta come quattro movimenti: il passato, il presente, l’appello e finalmente il futuro. Scorriamo insieme brevemente i 4 movimenti.

Anzitutto, il passato, costituito dalle parole di Davide: “Ho peccato”. Sono ripetute al v. 6: “Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto”. Ma come: Davide non ha peccato contro Uria, contro Betsabea? Certo, ma tutto ciò che ferisce una vita ferisce il Dio della vita. Per questo ha un senso quella contestatissima affermazione contenuta ne I fratelli Karamazov: “Se Dio non esiste tutto è permesso”. Che non vuol dire che chi non crede è immorale. Ma che solo se c’è Dio il bene e il male non lo decide il più forte. Come nel caso del re: “Davide la mandò a prendere (Betsabea) e l’aggregò alla sua casa. Ella diventò sua moglie e gli partorì un figlio. Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore” (2 Sam 11,27).

Sul presente ci si diffonde di più. Al v. 5 si legge: “Sì, le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi”. Nel testo ebraico sono diverse le parole che esprimono ciò di cui ha coscienza Davide: peshà, awon, hattà, ra ah. Esse significano deviazione dalla strada diritta; oppure un cuore cattivo, maligno, ribelle, invidioso, scaltro; disarmonia nella vita, mancanza di scioltezza e di equilibrio; il contrario di ciò che è buono, l’allontanamento dal bene. Vocaboli diversi per indicare, tutti, la consapevolezza dell’uomo di non camminare per la via diritta, di non essere in armonia con sé stessi, con Dio, con la natura, con gli altri; di non essere benevolo, ma caustico e “cattivo”, cioè “prigioniero” di pensieri tristi.

L’appello è il tema che ritorna. È una preghiera, una supplica, una invocazione. Stavolta i verbi sono all’imperativo: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. […] Aspergimi con rami d’issopo […]. Lavami […]. Fammi sentire gioia e letizia […]. Distogli lo sguardo dai miei peccati […]. Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Questo appello trasuda fede da ogni poro.

La fiducia è il tema dominante dell’invocazione, annunciato nel v. 3: “Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità”. L’ebreo fa appello alla hesed di Dio. Prima si esprime un profondo senso di fiducia nei riguardi della Grazia che è Dio e poi si esprime la vergogna che si prova. Non inizia, dunque, con un’autogiustificazione, della serie “non volevo, non credevo, non era mia intenzione”, ma senza appoggiarsi a delle scuse o al proprio pentimento, si apre a Dio e al suo amore incondizionato.

Un secondo tema dell’appello è il desiderio di purificazione: “Lavami… rendimi puro… aspergimi… lavami… distogli lo sguardo dai miei peccati… cancella… liberami dal sangue…”. Questo desiderio non nasce dalla forza dell’uomo, ma è suscitato da Dio stesso. Non si dice: “Voglio essere più attento, non voglio più essere negligente, ma: lavami, purificami, liberami perché solo tu puoi farlo, solo la tua misericordia può ricreami”. Questa è una novità che può nascere solo dall’esperienza spirituale. La gente non crede ad un cambiamento vero dell’uomo, a una conversione vera, all’azione dello Spirito che può trasformare il cuore della persona. Questo è l’anticamera però della disperazione che conduce al cinismo. Qui invece il Miserere spinge al contrario: “Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo”. Questo spirito definito “solido” è quello che viene evocato così: “Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito. Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso” (vv. 13-14).

Il quarto tema del Miserere è il futuro, a cominciare dal v. 15: “Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno […]. La mia lingua esalterà la tua giustizia […]. La mia bocca proclami la tua lode”. È la speranza propria del cuore nuovo, che il futuro cambierà. Esso non sarà più sotto l’ipoteca del peccato, cioè del disordine, dell’ambizione, della vanità della vita. Sarà piuttosto nel senso della missione, dell’apertura, del cambiamento del cuore degli uomini: “Insegnerò ai ribelli le tue vie”. Non solo mi rialzerò io, ma aiuterò anche gli altri.

Stupendo è il Miserere. Lascia attoniti per la ricchezza di sentimenti che evoca, per la psicologia dell’animo che lascia intuire, per la finezza delle sue parole. In questo salmo si riflettono tutti i movimenti (le e-mozioni) cattivi e tutti i movimenti (le e-mozioni) di bene presenti nel cuore umano.

Oratio

Tre domande restano e possono accompagnarci pregando il Salmo 50 (51).

  1. – Ho fiducia che Dio possa creare in me un cuore nuovo? Oppure vivo rassegnato alla mia debolezza, dicendomi che non c’è niente da fare perché sono fatto così?
  2. – Che cosa non vorrei avere sulla coscienza? Che cosa mi pesa, mi avvilisce, mi opprime, mi fa essere quello che non vorrei? Come avrei voluto essere e non sono stato? Come avrei voluto comportarmi nelle situazioni che ora mi pesano?
  3. – So unire la “confessio vitae” con la “confessio laudis”? In altre parole, desidero ringraziare Dio perché è stato buono con me e di fronte a ciò che Egli ha fatto per me risalta ciò che io non ho saputo fare per Lui o che ho fatto contro di Lui?
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