IV domenica di quaresima 2026 (cresime)
(1 Sam 16,1b-4a.6-7.10-13; Sal 23; Ef 5,8-14; Gv 9,1-41)
Spinimbecco, Bardolino, S. Lucia Extra, domenica 15 marzo 2026
“In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita”. A differenza dei suoi discepoli che passano e camminano, Gesù vede e si avvicina. È il suo sguardo che apre gli occhi chiusi dalla malattia. E fa tutto questo con un gesto inconsueto: “sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe», che significa ‘Inviato’. A sorpresa annota l’evangelista Giovanni: “Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”. Insomma, è Gesù, cioè la luce che cerca, che si fa vicina, che passa accanto e vede.
C’è una bella espressione di J. Delteil che dice così: “La luce inventa gli occhi”. Non sono gli occhi a creare la luce, ma il contrario. Infatti, se nel Cambriano inferiore, circa 542 milioni di anni fa, avviene che l’evoluzione biologica inventa gli occhi sul nostro pianeta, non è sufficiente per vedere veramente. Accade che tutti quelli attorno al cieco sono ciechi perché negano l’evidenza. O pensano che non sia lo stesso cieco o dichiarano impossibile la cosa in giorno di sabato o hanno paura, come i genitori che rimandano al figlio. In ogni caso, sono tutti ciechi pur vedendoci benissimo. Hanno dei paraocchi. Gesù, al contrario, restituisce la possibilità di non fermarsi alle apparenze e di andare al cuore delle cose. Il suo sguardo non è quello pregiudiziale degli apostoli né quello inquisitore dei farisei né quello impaurito dei genitori. Allora che sguardo è?
È lo sguardo di Dio che, come detto nella prima pagina, “non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore” (1 Sam 16,9). Il cieco viene pienamente inondato dalla Luce! Credere è aprirsi alla luce di Dio. Richiede perciò la conversione dello sguardo: dai paraocchi agli occhi, dall’io al noi, dai bisogni ai desideri. Occorre venire a contatto con la bocca di Gesù, come la saliva che sparge sugli occhi del cieco. Allora si compie l’illuminazione e non il semplice illuminismo per uscire dalle nebbie della superstizione e della corruzione. “Signore io credo, ma tu illumina la mia cecità!”.
Questo è quanto chiediamo per queste ragazze e per questi ragazzi che “nascono con gli occhi aperti”, salvo scoprire che sono spesso vuoti e anche tristi. Lo Spirito di Gesù, cioè la sua luce, li trasforma e vi rende sicuri, forti e contenti. Sicuri cioè consapevoli dei vostri pregi e dei vostri limiti perché chi si vede veramente sa tenere insieme luci ed ombre. Forti che vuol dire non tanto spavaldi quanto capaci di allargare lo sguardo oltre il vostro naso e di percepire l’altro e gli altri. Infine, contenti cioè con uno sguardo che sa cogliere il fine e lo scopo dell’esistenza che è quello di crescere verso una pienezza che ha a che fare non tanto con il semplice dato materiale, ma spirituale, non solo con la quantità ma con la qualità.
Auguri!
