Venerdì della III settimana di Quaresima (precetto pasquale Comfoter Verona)
(Os 14,2-10; Sal 81; Mc 12,28b-34)
Basilica di San Zeno Maggiore in Verona, venerdì 13 marzo 2026
“Torna, Israele, al Signore, tuo Dio, poiché hai inciampato nella tua iniquità”. Si conclude così il libro di Osea (vissuto nella metà del VII secolo), la cui vicenda personale (sposato con una prostituta infedele, di nome Gomer) diventa metafora del popolo che si allontana da JHWH e per questa ragione è invitato a tornare sui propri passi. Ma in che consiste questa sorta di marcia all’indietro? Significa in questa “epoca della forza” tornare alla forza del diritto piuttosto che al “presunto” diritto della forza. L’errore di questa stagione è illudersi di ottenere a partire solo da sé (“first”, si usa dire per affermare questa priorità) il possesso o il benessere materiale, la scienza o la tecnica, il potere o l’influsso sugli altri, la buona fama o l’autocompiacimento. Ma tutto accade solo sotto violenza. Per contro, solo il diritto, cioè perseguire il bene di tutti e di ciascuno, fa ritornare al sogno di una umanità coesa e non dilaniata.
“Qual è il primo di tutti i comandamenti?”, chiede nel testo di Marco un anonimo scriba che intende far chiarezza su ciò che è veramente importante. A quel tempo c’era una discussione accesa sui comandamenti della Torah, contandosene ben 613: 365 divieti (come i giorni dell’anno) e 248 precetti positivi (come il numero delle ossa del corpo). Quando tutto è importante però niente lo è veramente. Di qui la domanda al Maestro. Gesù di per sé nel rispondere non dice nulla di originale, neanche quando unisce l’amore di Dio a quello del prossimo. Tant’è che lo stesso scriba aggiunge di suo: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità,… amarlo… e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Si comprende allora quanto fuorviante nei giorni scorsi sia invocare Dio per giustificare la guerra. Pensavamo che quanto accaduto con il beneplacito di alcuni pastori, offrendo una impalcatura spirituale ad una politica economica e militare, non dovesse più ripetersi. Questo però deve aiutarci ad alzare il livello dell’attenzione e dello scandalo dinanzi all’uso strumentale della religione per legittimare quel che è irrazionale oltre che anticristiano.
In conclusione, due sono i peccati della nostra generazione e cioè la presunzione e l’indifferenza. La presunzione è quella di chi ancora crede che provocare la morte, sia pure ad alta definizione, sia un modo per farsi temere. L’indifferenza è l’assuefazione al male per garantire i nostri standard di vita, a debita distanza da quello che accade, peraltro non molto lontano da noi. In realtà, camminare per sentieri diritti e non tortuosi è ritrovare l’energia vitale più che gli istinti di morte e il disinteresse più che il profitto. Allora meriteremo l’elogio del Maestro: “Non sei lontano dal regno di Dio”. Dio, infatti è là dove l’uomo si lascia raggiungere e dove il prossimo non è ignorato. Dio, infatti, è la pace e soltanto guardando a Lui è possibile superare la conflittualità umana che ad arte produce la guerra per avere la possibilità di resettare tutto, come certi futuristi dell’inizio del XX secolo che parlavano con toni assurdi della guerra “come sola igiene del mondo”. Terrificante! E anticristiano.
