Giovedì 26 febbraio

Scuola e famiglia: le sfide educative di oggi

Teatro parrocchiale di Caldiero

Scuola e famiglia: le sfide educative di oggi
Teatro parrocchiale di Caldiero, giovedì 26 febbraio 2026

Siamo qui per una domanda scomoda, che però ci riguarda tutti: che tipo di persona stiamo aiutando a nascere? E in quale comunità e per quale comunità? Freire diceva: «L’educazione non cambia il mondo: cambia le persone che cambieranno il mondo». Non è poco. È tutto. E non riguarda solo chi insegna o chi educa o chi forma: riguarda chiunque. La comunità – tutta intera – è il primo ambiente educativo. Scuola e famiglia ne sono espressione certamente nevralgica, ma non sostituti.

  1. IL MONDO CHE I GIOVANI OSSERVANO

I giovani non ascoltano quello che diciamo. Guardano quello che facciamo. E cosa vedono?

Spesso purtroppo vedono adulti insensibili ai disastri del mondo: guerre tra una pubblicità e l’altra, migranti che annegano, un pianeta che brucia mentre discutiamo d’altro. Adulti presi da simulacri: successo da esibire, prestazione da ottimizzare, profilo da curare. Una cultura in cui la violenza è diventata linguaggio possibile – non come eccezione, ma come modalità ordinaria di affermazione di sé.

Non perché i ragazzi siano malvagi. Perché noi non abbiamo offerto loro altri linguaggi. Ma quando li offriamo – linguaggi di cura, di pace, di solidarietà – loro li riconoscono. Li aspettavano. Dialogano.

  1. LA CULTURA DEL LIETO FINE È CULTURA DELLA FORZA

Non abbiamo confidenza con la sconfitta. Non abbiamo linguaggio per abitarla.

Viviamo in una cultura che rimuove sistematicamente: male, dolore, sofferenza, fallimento, limite, vecchiaia, morte. Obbligo al successo. Colpa se non si è felici, riusciti, attraenti. Corpi da esibire sempre giovani e forti – il corpo come luogo della prova, della prova costume.

Ostentiamo padronanza che spesso non abbiamo. Mostriamo sovranità sugli eventi. Non perché siamo falsi, ma perché siamo diffidenti: se gli altri scoprissero le mie debolezze, ne approfitterebbero. Abbiamo interiorizzato: o si mangia o si è mangiati. Mors tua vita mea.

Noi adulti dobbiamo mostrare che il coraggio di dire ho sbagliato, ho fallito, di questo non sono capace, non inficia la nostra libertà, dignità e autorevolezza. Qualcuno teme che a mostrarsi vulnerabili si perda d’autorità. Ma la forza che viene dall’autorità è la confidenza con la vita e con i suoi movimenti anche difficili. Ogni volta che un adulto riesce a dirlo – con voce ferma, senza autocommiserazione – qualcosa si apre. Nei ragazzi e in noi.

La scuola fa i conti con la fragilità e teme ogni forma di valutazione dura e onesta. La famiglia, in qualche modo, è presa dallo stesso schema. Questa cultura del lieto fine obbligatorio può cambiarla solo una comunità che decide di abitare diversamente il limite.

  1. QUELLO CHE FACCIAMO A QUESTA GENERAZIONE

Con i figli siamo diventati iperprotettivi. Non li lasciamo mai nelle prove. Troppo presto tendiamo la mano. Abbiamo atrofizzato il loro sguardo: nella difficoltà sono presbiti e miopi, perché quella mano era sempre lì.

Genitori spazzaneve: ripuliscono la strada prima che i figli ci camminino, togliendo ogni ostacolo, ogni attrito, ogni possibilità di inciampare e rialzarsi da soli.

Insegnanti che temono di pretendere troppo, perché dall’altra parte c’è fragilità. Molti disagi si esprimono fin dalle elementari: paure, angosce, rabbia e aggressività.

Figure carismatiche che spesso attirano a sé più che a Dio, generando dipendenze e non libertà.

Ci servono nuove alleanze tra scuole e famiglie, tra Chiesa e comunità civili, tra luoghi di cura e luoghi di giustizia, tra politica e vita. Cerchiamo di essere presenti là dove la vita è chiamata a fiorire, tra le fatiche della storia personale e comunitaria.

  1. UN DATO CHE DEVE FERMARCI

Don Carlo Vinco, garante dei detenuti della nostra provincia, scrive che vi sono oltre 65 under 25 in carcere a Verona. Popolazione giovanile in aumento. Reati sessuali in crescita – di cui non ci è dato nemmeno il numero esatto.

Non sono statistiche. Sono volti. Sono ragazzi. Sono storie che ad un certo punto si sono incurvate. Dove eravamo noi – scuola, famiglia, comunità, Chiesa – mentre succedeva?

Il carcere non è un problema di ordine pubblico. È uno specchio del fallimento educativo collettivo. I reati sessuali dicono qualcosa di preciso: c’è una generazione che non sa cos’è il consenso, che non ha imparato a stare nella frustrazione del desiderio, che ha appreso il corpo dell’altro come oggetto disponibile. Chi lo ha insegnato? La cultura. La pornografia accessibile a ogni dodicenne con uno smartphone. Il silenzio degli adulti.

Ma il silenzio può essere rotto. Non è una questione di parole, spesso, ma di presenza.

  1. LE RADICI DELLA VIOLENZA

Umberto Galimberti scrive che il disagio giovanile non è psicologico, è culturale. È il nichilismo – assenza di orizzonti, di bussole, di senso – che porta i ragazzi a vagare senza meta, sconfinando nello sballo, nel bullismo, nell’apparire, nel possedere. E quando il possedere riguarda un corpo altrui, il confine tra disagio e reato è sottile.

Tre radici della violenza da nominare:

Assenza di elaborazione del limite: una cultura che promette tutto e subito, che ha rimosso il “no” come categoria educativa produce soggetti che non sanno tollerare l’ostacolo. Chi non sa stare nel proprio limite, lo attraversa negli altri.

Desiderio non educato: il desiderio è il verbo della vita. Ma un desiderio non orientato, non contenuto da una relazione autentica diventa consumo di corpi, non incontro di persone.

Stereotipi di genere – o identitari – cristallizzati, assieme a una miriade di possibilità offerte: c’è un disorientamento che viene da questo paradosso, perché mancano le parole, le mediazioni, i percorsi. Da un lato la cultura ci presenta un certo modello di vita riuscita, dall’altro ci mette di fronte a una libertà illimitata. Senza compagnia e senza accompagnamento, tutto questo è tragico.

  1. I RAGAZZI NON SONO IL PROBLEMA

Gli adolescenti, quando vengono presi sul serio, dimostrano di essere presenti a sé stessi, capaci di riflessione, desiderosi di senso. Parlano con ironia e serietà. Cambiano idea.

Il problema non sono loro. Il problema è che raramente qualcuno crea quello spazio dialogico.

Freire: dare la parola non è cortesia. È pratica educativa. Non si educa per i ragazzi, ma con loro. Occorre coscientizzazione: portarli a vedere la propria condizione, a non darla per scontata, a non rassegnarsi. Rompere il silenzio interiore di chi non si sente abbastanza degno, abbastanza libero, abbastanza capace di cambiare qualcosa. E quando questo accade – quando una ragazza o un ragazzo trova le parole per sé – succede qualcosa di straordinario. Sanno già chi vogliono essere. Aspettano che qualcuno lo chieda. Quel qualcuno può essere chiunque nella comunità: non serve un ruolo, serve uno sguardo.

  1. IL NODO

Libertà di educare o educare alla libertà? Spesso “libertà di educare” viene inteso come difesa di certi contenuti da trasmettere. Ma questa è ancora una libertà astratta, una libertà mia, che difendo.

Cfr. la libertà secondo il teologo domenicano Timothy Radcliff:

«Immagina che qualcuno ti regali un violino meraviglioso, uno Stradivari. È un dono senza vincoli. Ma se lo accetti, allora è un regalo impegnativo. Imparerai a suonarlo lentamente; dovrai alzarti il mattino presto per fare pratica. Diventerai una persona diversa, un musicista. Ci è stato dato il dono dell’amicizia con Dio, che è lo Spirito Santo. Ma accettare il dono ci trasforma, man mano che impariamo le scale e gli arpeggi dell’amicizia».

Questo cambia tutto nel modo di pensare l’educazione. Non si tratta di formare persone capaci di scegliere qualunque cosa. Si tratta di aiutarle a incontrare qualcosa di reale – una realtà, una verità, una persona – che le libera dall’interno e di metterle nelle condizioni di fare esperienza per trovare la propria musica.

  1. ADULTI CHE SI SBILANCIANO

I ragazzi non vogliono adulti perfetti. Vogliono adulti veri. Che si sbilanciano. Che mostrano anche le proprie crepe.

  • Testimoniare la vulnerabilità: saper dire ho sbagliato, sono andato avanti. Vale più di mille discorsi sulla resilienza. Mostra ai ragazzi che il fallimento non è la fine, che il limite non è la vergogna, che la vita continua – anzi, spesso comincia – proprio lì.
  • Perdere tempo per la gratuità: stare con un figlio senza uno scopo preciso. Fermarsi davanti a una bellezza. In un mondo che monetizza ogni ora, chi sa perdere tempo gratuitamente è già un testimone controcorrente.
  • Perdere tempo per la cultura: non come ornamento, ma come strumento per leggere il mondo, per non farsi ingannare dai simulacri, per restare capaci di stupore e di giudizio critico. Chi non ha strumenti per leggere la realtà è più esposto alla violenza, come vittima e come agente.
  • Lasciarsi toccare dai disastri del mondo: non nell’ansia paralizzante, ma nell’indignazione che muove. Chi educa deve poter dire ai ragazzi: questo mi pesa, questo mi indigna, questo non è normale. L’insensibilità degli adulti insegna ai ragazzi che l’indifferenza è legittima. E dall’indifferenza alla violenza il passo è più breve di quanto pensiamo.
  • Esprimere speranza: non come ottimismo di facciata, ma come postura. Dire ai ragazzi – con la vita più che con le parole – che vale la pena scommettere sull’esistenza. Che noi ci scommettiamo ancora.
  1. EDUCARE ALLA SPERANZA

Non al lieto fine. La speranza non nega la realtà del male. La attraversa. E questo – in una cultura che rimuove tutto ciò che fa male – è già un atto rivoluzionario.

Benjamin: «Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza». La nostra speranza può tenere aperto lo spazio del divenire anche quando quella dei ragazzi sembra esaurita. Ma solo se è vera, incarnata, pagata, non declamata.

La storia di Nicodemo: tutto può sempre accadere, anche quando il buio della notte sembra inghiottire ogni possibilità. Il cristianesimo è rischio di sbilanciarsi quando non si vede nulla – un credito dato alla vita, che nasce sempre benedetta, anche quando sembra spenta. La speranza non è una virtù privata: è una pratica comunitaria. Si spera insieme, ci si sostiene quando la speranza personale si esaurisce. Una comunità che porta speranza è già un atto educativo, forse il più radicale.

CONCLUSIONE

Il primo atto educativo non è un metodo. È una scelta condivisa. Sbilanciarsi insieme: verso il bene, verso i giovani, verso la gratuità, verso un mondo che brucia e che aspetta persone capaci di amarlo abbastanza da volerlo cambiare. La domanda non è: cosa facciamo con i giovani? La domanda è: cosa siamo disposti a essere noi, per loro? E insieme a loro?

Le barche non sono fatte per restare in porto. Offriamo loro non un porto sicuro, ma la bussola, le stelle e il coraggio di prendere il largo. Non da soli – né loro né noi. L’educazione è sempre un’opera corale: è il villaggio che cresce il bambino, è la comunità che porta il giovane, è la Chiesa che tiene aperto lo spazio del divenire. Usciamo da qui non con un programma, ma con una consapevolezza: siamo tutti responsabili. E questa corresponsabilità non è un peso, è la forma più bella della cura.

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